Nessuno si stupisce che un giornalista venga arrestato in Cina, in Russia o in Iran, ma se anche negli Stati Uniti analoghi episodi cadono nel silenzio, allora la faccenda si fa ancora più preoccupante: sono ben pochi, infatti, i media che hanno riportato i casi di reporter fermati o addirittura picchiati dalla polizia durante le manifestazioni di Occupy Wall Street. La storia è quella, per esempio, di Natasha Lennard, che scriveva per il New York Times, e Kristen Gwynne collaboratrice per il web magazine AlterNet, arrestate lo scorso primo ottobre sul ponte di Brooklyn.
In quella giornata, la polizia aveva portato via tutti i 700 manifestanti. La protesta era cominciata alle tre di pomeriggio a Zuccotti Park, e le due croniste riportavano in tempo reale, via Twitter, l'andamento del corteo. Il momento clou è arrivato quando la folla ha imboccato il ponte sull’East River e, scesa dal marciapiede, aveva invaso due corsie riservate al traffico. In testa al corteo procedeva un folto schieramento di poliziotti, che a un certo punto però ha chiuso i manifestanti in una morsa: non si poteva procedere né tornare indietro, perché un altro cordone sbarrava la strada, e non ci si poteva neanche sedere per terra, perché non c'era abbastanza spazio.
È a quel punto che sono cominciati gli arresti.
Natasha Lennard aveva raccontato così quei momenti in uno dei suoi articoli: «I primi arresti sembrano casuali e aggressivi: un gruppo di giovani delle prime linee è afferrato da poliziotti e uno di loro trascinato per terra. A pochi passi da me, due bambini, non più grandi di otto anni, si stringono alla madre». Eppure, nessuno sembrava capire cosa stesse accadendo, nemmeno la stessa Natasha: «Mi convinco che un arresto di massa sia impossibile. Anche una manifestante vicino a me dice: “Non possono arrestarci tutti, giusto?”. Invece possono, e lo stanno facendo».
Uno dopo l'altro, i manifestanti erano stati ammanettati, allineati, fatti sedere per terra e caricati sui pullman della polizia. Su Twitter, intanto, Kristen Gwynne descriveva il morale della folla durante gli arresti: «Alcuni sono preoccupati, ma la maggior parte si fanno forza, aspettando di essere arrestati. Le coppie si salutano con un bacio, la gente si stringe in cinque sotto un ombrello, cantando “Umbrella” di Rihanna. Gira voce che la National Lawyers Guild stia raccogliendo denaro per pagare la cauzione ai manifestanti arrestati e stia trattando con la polizia».
La National Lawyers Guild è un’associazione di avvocati che rappresenta movimenti politici progressisti, proponendosi di difendere i diritti umani e la giustizia sociale dagli attacchi dei grandi interessi. Ne fa parte Yetta Kurland, che si occupa dei manifestanti arrestati il primo ottobre: «Circa la metà delle persone – ha raccontato a Current Tv - ha ricevuto un mandato di comparizione al tribunale amministrativo, gli altri sono stati raggiunti da una più grave citazione in giudizio: queste differenze di trattamento sono totalmente scriteriate. Gli agenti hanno scortato la manifestazione lungo il ponte di Brooklyn: molte persone credevano di seguire gli ordini della polizia. Credo che, con questo episodio, le forze dell'ordine volessero scoraggiare la gente a continuare le proteste».
La legale contesta il regolamento della polizia di New York, secondo cui le manifestazioni con più di 50 persone devono essere autorizzate. «Questo non è in linea con quanto garantito dalla nostra costituzione: i nostri clienti avevano la facoltà di esercitare i diritti contenuti nel primo emendamento, che sancisce la libertà di riunirsi pacificamente, senza chiedere alcun permesso».
Le manette erano scattate anche attorno ai polsi delle due giornaliste: erano sprovviste di un pass per la stampa, ma non lo possedevano in quanto reporter free lance. Ammanettate, lasciate per ore su un pullman, condotte in un distretto di polizia e più tardi rilasciate, hanno condiviso fino in fondo la sorte dei manifestanti, benché fossero sul ponte solo per fare il proprio lavoro. O forse no. Natasha, poco tempo dopo, ha deciso di rinunciare alla collaborazione con il New York Times: «Ero sul ponte solo in qualità di giornalista professionista, come ha stabilito il tribunale, che perciò mi ha prosciolto dall’accusa di condotta contraria all’ordine pubblico. Tuttavia, penso che il giornalismo debba spezzare le catene dell’oggettività e riportare la verità, e il movimento di Occupy Wall Street mi ha portato a fare questo. Perciò, non c'è più posto per me nei grandi media nazionali».