Nuovi mattini, l'altro '68 dell'alpinismo


Sulle rocce della Val di Mello un alpinista sta salendo la parete di granito del Vortice di Fiaba. Indossa dei semplici blue jeans, una camicia bianca e ha un fazzoletto colorato nei capelli. Nulla che ricordi le seriose tute attillate in goretex e i muscoli guizzanti di chi, dopo una settimana in palestra, va in montagna per fare sport, per realizzare risultati. Si tratta di una guida alpina. Quando accompagna i suoi clienti alla scoperta delle vette d’Europa non studia mai il percorso prima di salire, sa dove partono ma non dove arriveranno e si diverte a fare scherzi a quanti incontra lungo la via. Il suo piacere è infrangere tutti gli «impaludati» cliché del suo ambiente. «L’alpinismo non è uno sport, né una lotta contro la montagna. Deve essere un divertimento, un gioco. Una simpatica avventura».

A parlare è Jacopo Merizzi, altrimenti detto Jacopone. E la sua non è una rivoluzione solitaria, né tanto meno una sbandata recente. Risale al ’68, il periodo della contestazione studentesca. Aveva sedici anni e, mentre i suoi coetanei occupavano le scuole e scendevano in piazza, lui e un gruppo di amici salivano in montagna. «Ma in modo diverso. Eravamo giovanissimi, per noi arrampicare era una vera e propria ossessione. Lo facevamo ogni pomeriggio, e una o due volte la settimana anche il mattino: preferivamo marinare la scuola per salire lassù». La Val di Mello, vicino a Sondrio, era la base preferita. Una montagna che è stata, ed è tuttora, il simbolo di un modo diverso di arrampicare. Il luogo di nascita di una nuova anima dell’alpinismo italiano, da dove partì la brezza di un vento nuovo. Di un nuovo mattino.

Ma andiamo con ordine. 

È il 1974 e la Rivista della montagna pubblica un articolo di Gian Piero Motti che porta l’affascinante titolo “Il nuovo mattino”. L’alpinista-filosofo torinese non fa altro che teorizzare un cambiamento già avvenuto. Come il cuore della contestazione studentesca di quegli anni pulsa sulla linea Torino-Milano-Sondrio, anche il centro propulsore del rinnovamento alpinistico parte da là. In Valle dell’Orco e Val di Mello si apre il sipario di un nuovo modo di pensare e di fare montagna. Arrivano gli echi del vento dalla California, del mito delle avventure on the road. Stregano i protagonisti. Sono molto giovani e spesso non hanno contatti fra loro, leggono Castaneda, sono affascinati dai miti degli indiani d’America e dalla pratiche ascetiche dei guru dell’Oriente.

A differenza dei loro coetanei che protestano in piazza, guardano più a Gandhi che al Che, ai poeti beat più che a Mao, al flower power più che alla lotta di classe. Salgono in vetta cantando, con fasce colorate nei capelli lunghi. Abbandonano i pantaloni alla zuava, insostituibili per ogni alpinista che si rispetti, a favore di jeans a zampa d’elefante. Cercano ogni modo per ripudiare la vecchia società alpinistica, con i suoi riti da caserma, le cime trafitte da croci, le gerarchie, i distintivi e «un mondo che ci sembrava oramai un film in bianco e nero». A parlare è ora Franco Brevini, uno dei protagonisti dell’epoca, che in quegli anni dirigeva la rivista Rassegna Alpina 2. Ricorda l’ascesa della parete nord del Gran Paradiso, «una delle vie più difficili. Arrivati in cima, conquistata una vetta che faceva di noi i miti di quel momento, cosa facciamo? Alziamo il pugno e ci mettiamo a cantare a squarcia gola Bandiera rossa, suscitando un vespaio incredibile fra chi ci sente da sotto».

Hanno il gusto della dissacrazione, con la montagna giocano, ci portano le ragazze, dimenticano gli orari estenuanti dei veterani dell’Alpe. Cercano la scoperta, abbandonano le vie battute per aprirne di nuove e suggellano, con i nomi che vi appongono, l’avvenuto cambiamento. C’è Luna nascente, L’alba del nirvana, Via della rivoluzione. E, quando nel 1973 Galante e Grassi, salita la fessura centrale del Sergent, la battezzano Cannabis, il sacrilegio è compiuto. Il Cai naturalmente li sconfessa. Loro, in risposta, si uniscono in gruppi i cui nomi sono davvero un programma. I Nuovi Mattini a Torino e i Sassisti a Torino, il Circo Volante in Val dell’Orco.

«Una sera» ricorda ancora Merizzi «il gruppo dirigenziale del Cai di Sondrio ci riunisce per capire dove volevamo andare noi giovani con quel nostro modo stravagante di fare alpinismo. Visto che non si riesce a trovare un accordo, ci dicono in tono sarcastico: "Non siete dei veri alpinisti, ma solo dei sassisti”. A noi piace e ridiamo soddisfatti. Da allora il nostro gruppo si chiama così.» 


Ma cosa resta oggi di quei ragazzi che, ricorda Brevini, partivano «in quattro, all’alba, su una 500 sgangherata - sfidando quelle nebbie che oggi non esistono più - solo per andare ad arrampicare su rocce inesplorate»?

È rimasto qualcosa di quel modo di fare alpinismo come ricerca, avventura, scoperta? Ma anche come gioco disinteressato, divertimento e risata? Certo, da un punto di vista squisitamente tecnico, i gruppi di quegli anni furono dei pionieri, degli innovatori cui l’alpinismo di oggi è profondamente debitore. Merizzi ricorda ridendo di quando, imitando i californiani, introdussero anche sulle Alpi italiane l’uso della scarpetta a suola liscia al posto dell’ingombrante scarpone.«Si gridò allo scandalo, e, benché gli stessi americani le importassero dall’Italia, la ditta produttrice non ce le voleva vendere: andavano bene solo per l’America, ci dicevano».

Naturalmente hanno tenuto duro. «Ed ora tutti arrampicano con la scarpetta a suola liscia». E l’arrampicata come gioco? «Oggi l’alpinismo sta diventando sempre più una pratica sportiva leggera. Sta progressivamente abbandonando i grandi spazi dov’è nato per chiudersi sulla roccia artificiale di una palestra». A sottolinearlo, inserendolo in un’acuta analisi storica e sociale è ancora Franco Brevini, che fa notare anche come l’idea, allora rivoluzionaria, di un’alpinismo concepito come divertimento e aperto a tutti non abbia in realtà fatto altro che spalancare le porte al modo attuale di viverlo. «Siamo stati, per dirla con Croce, utili idioti, strumenti di cui la storia si avvaleva per portare alla luce un parto di cui era già gravida». Come tutti i movimenti di quel periodo, anche il ’68 degli alpinisti è stato riassorbito dalla storia. «Pensavamo di cambiare le cose, ma tutto è rifluito in questo mondo un po’ medio, un po’ plastificato, incelofanato».

«La rivista Rassegna Alpina 2 ha dovuto chiudere quasi subito: ha avuto il torto di arrivare troppo presto. Poi, ad un certo punto, la società ha risposto con una rapidità che ci ha sgomentati. Eravamo ad una svolta del costume alpinistico che rifletteva però una svolta dell’intera società. Abbiamo, certo, contribuito a scalfire le vecchie idee dell’alpinismo. Ma ora sono state sostituite da questo modo di intendere la montagna. È diventato uno sport come altri, che privilegia, certo, il piacere della via. È un gioco, ma ha perso il gusto che avevamo noi della scoperta, dell’avventura. Se vai a fare l’Everest ci trovi la folla e dal campo base c’è una corda fissa che va fino in cima». In alta montagna ci va sempre meno gente, le alte vie, in quota, sono quasi abbandonate.

«Oggi fa alpinismo un’umanità che non ha più molto a che fare con la montagna, che, per esempio fa ciclismo durante la bella stagione, ma, dato che in inverno non può farlo si dà allo sci alpino. Quello per cui noi credevamo di batterci non ha lasciato molte tracce. La nostra ventata di ribellione romantica è confluita in una sistematizzazione che era congeniale alla classe sociale che si stava facendo avanti. Ma non lo dico con rammarico, è un fatto, per così dire, fisiologico». 



Allora tutto è finito, risucchiato senza lasciar traccia? È vero, molti dei protagonisti di allora conducono la vita dei placidi borghesi, senza più alcun legame con le avventure di un tempo. Ma non tutti. Franco Brevini, per esempio, si occupa ancora di montagna, come scrittore, giornalista e, naturalmente, alpinista. E per gli scettici non c’è nulla di meglio di una gita in Val di Mello. Incontreranno forse una bizzarra guida alpina, jeans e fazzoletto colorato in testa. Dovranno, certo, far attenzione ai suoi scherzi e non lasciarsi sconvolgere dalla sue risate gioviali. Se glielo chiederanno lui risponderà che ancora non sa cosa fa da grande: «un po’ la guida, un po’ il giornalista, un po’ l’esploratore avventuriero». È Jacopo Merizzi, che con altri amici, diede vita ai Sassisti.

  • Vichi Portel

 

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