Arresti e sfratti non sono bastati. La piaga del racket delle occupazioni abusive di case popolari, strettamente connessa allo spaccio di droga, colpisce e affonda il quartiere intorno all’ospedale Niguarda. Via padre Luigi Monti, via Ciriè e largo Rapallo sono i fronti caldi dell’occupazione. Strade percorse dalla paura dove le relazioni sociali non esistono, dove salutare un vicino di casa può rappresentare un rischio. Dove gli inquilini, vinti da troppi timori, si scagliano contro chi prova a ribellarsi. E finiscono con il difendere, più o meno esplicitamente, chi da qualche decennio tiene sotto scacco l’intero quartiere.
Simona Fregoni abita in zona dal 2003. Racconta come, fin da subito, in questo quartiere, si sia scontrata con una realtà inquietante. «Assegnata la casa, dopo qualche mese, il Comune mandò due operai a rimuovere i mobili del precedente inquilino. La porta era aperta per facilitare il trasloco. Improvvisamente comparve una signora accompagnata dalla madre e dai bambini. “Questa è casa mia”, disse». La Fregoni si ribella: viene strattonata, insultata, minacciata. Chiama le forze dell’Ordine. Ma gli agenti nicchiano. La donna chiama un amico. «Mi feci portare un materasso e una bottiglia d’acqua». Questa si chiama resistenza. La Fregoni persevera in queste condizioni per più di sei ore. «Trattando e parlando, ho convinto la signora ad andarsene». Quella donna era la vicina di casa di Simona Fregoni, in cerca di un alloggio per la madre. Il suo nome è Giovanna Pesco, per tutti “la signora Gabetti”.
La Pesco era una veterana di questo genere di situazioni ma la Fregoni non poteva saperlo. Il 20 luglio 2010 Giovanna Pesco è stata condannata a 3 anni e 4 mesi per associazione a delinquere finalizzata al racket delle case popolari. Con la stessa sentenza i giudici hanno condannato a due anni anche sua figlia, Anna Cardinale. L’arresto delle due fu possibile grazie a una trappola predisposta dal presidente dell’associazione Sos Racket e Usura, Frediano Manzi, chiamato in causa da alcuni inquilini esasperati.
Durante questi sette anni, dal 2003 al 2010, in via padre Luigi Monti se ne sono viste di cotte e di crude. Simona Fregoni: «Ogni giorno eravamo costretti a constatare i soprusi e la prepotenza di questa gente. Persone capaci di interrompere con canzoni di Mario Merola a tutto volume il funerale di un ragazzo sieropositivo perché il fratello aveva osato denunciarli. In grado di risolvere ogni controversia con risse, pestaggi, coltelli e aggressioni. Io stessa, quando ho deciso di espormi in prima persona, ho visto gomme tagliate, minacce esplicite, serratura dell’auto distrutta… Ma non ho mollato. Ripetevo nella mia testa “Interveniamo, prima di non accorgerci più di quanto ci succede intorno”».
Una situazione che era cominciata molto prima: «Nel 1997 un residente presentò un esposto alla Procura denunciando quanto accaduto fin dal 1982. Ma nessuno si era mosso, qui, finché non abbiamo alzato la testa. Le istituzioni latitano e la paura, ancora oggi, blocca gran parte dei residenti. Segnalazioni, denunce ed esposti sono all’ordine del giorno ma nessuno prende provvedimenti».
L’arresto della signora Gabetti e gli sfratti eseguiti negli ultimi anni, tuttavia, non hanno risolto il disagio in via Monti. A gennaio 2011 due persone sono finite in manette con l’accusa di associazione a delinquere: avrebbero organizzato il racket degli alloggi nelle vicine via Ciriè e Racconigi.
Beatrice Uguccioni (Pd), presidente uscente del Consiglio di Zona 9: «Abitanti e istituzioni sono intervenuti troppo tardi. Così tardi che oggi questa è una terra di nessuno». Il tessuto sociale di questa zona è irrimediabilmente compromesso. Frediano Manzi, presidente di Sos Racket e Usura, rincara la dose: «Tutti sapevano quello che succedeva qui, compresi i partiti e i sindacati. Ma ci è venuto il dubbio che a qualcuno andasse bene così. Basti pensare che il giorno degli arresti in via Padre Luigi Monti non è stato trovato un solo grammo di cocaina. C’era - e in alcune zone c’è ancora - un livello di impunità pazzesco».
«Su YouTube ho pubblicato un video dal titolo “Come campare senza lavorare”– ci fa sapere Simona Fregoni – Racconta tutto quello che abbiamo fatto per migliorare la nostra vita, perché ho sempre cercato di insegnare alle mie figlie il valore dell’onestà. Se ci faranno del male, questa testimonianza resterà sul web e tutti sapranno». Il processo d’appello per Giovanna Pesco e Anna Cardinale è fissato per l’8 aprile 2011.