«Credo che la sconfitta di Adua, nel 1896, abbia giocato un ruolo fondamentale nella nascita di un razzismo nero in Italia. Per la prima volta nella storia, un popolo bianco fu sconfitto da uno nero. La notizia, come emerge in tutti gli scritti dell’epoca, fece il giro del mondo, ridicolizzando l’Italia e gli italiani». Ormai da dieci anni Mauro Valeri, sociologo e autore di Black Italians. Atleti neri in maglia azzurra (Palombi), indaga le cause del razzismo in Italia. «Perché – sostiene – oggi è ridicolo parlare di “paura del diverso”. È necessario cercare e comprendere le ragioni storiche della xenofobia in un Paese come il nostro dove, a una bassa concentrazione di gente di colore, corrisponde un elevato indice di razzismo».
«Il mio impegno in tal senso – racconta lo studioso – è iniziato dopo questo episodio. Mio figlio, nato dal matrimonio con una donna etiope, fu spintonato e ingiuriato su un autobus a Roma. Il bambino, che aveva cinque anni, tornato a casa mi disse di volere diventare bianco. Da allora ho iniziato a pensare come affrontare in questo Paese il tema del diverso, in particolare rispetto ai cittadini italiani di colore».
Una sfida che si scontra, oltre che con le difficoltà sociali dell’integrazione, con un apparato burocratico e legislativo indifferente alle necessità dei figli nati nel nostro Paese da immigrati regolari. La persistenza dello ius sanguinis come principio di acquisizione della cittadinanza costringe i nuovi nati a una crescita e a una vita da stranieri. Si tratta di essere accettati grazie a un permesso di soggiorno in quello che, nella maggior parte dei casi, viene vissuto dai migranti come il “loro” Paese.
«L’Italia – continua Valeri – si racconta come un Paese monocolore, monoetnico, monoculturale. Ma non è così. Ci sono stati italiani neri. Per quanto riguarda il passato, basti ricordare tutti i santi di colore, da san Alessandro il Moro a san Benedetto il Moro, patrono degli schiavi brasiliani. Sto cercando di lavorare ad una sorta di enciclopedia di “black italians”, per recuperare le storie di una comunità che non esiste perché non è stata mai raccontata, mai documentata».
Alessandro Sinigaglia e Giorgio Marincola, entrambi partigiani durante l’occupazione nazista, sono solo due tra i tanti italiani neri che Mauro Valeri tenta di riportare alla memoria collettiva. Sinigaglia, figlio di un italiano e di una donna afroamericana, capo della prima brigata ed entrare a Firenze, morì durante i combattimenti. «La storiografia – commenta Valeri – non ha dato nessun rilievo a queste figure. Probabilmente una presenza nera stonava con l’idea di identità partigiana».
Solo in campo sportivo si è assistito, nel passato come nel presente, al riconoscimento della differenza etnica, ma non senza contraddizioni. La storia del pugile Leone Jacovacci, raccontata da Valeri nel libro Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l'invincibile mulatto italico, ne è la prova. Nato in Congo da un italiano, ma cresciuto a Viterbo con la nonna e le zie paterne, nel 1918, Leone si trasferì a Londra. Cambiando il suo nome in John Douglas Walter, diventò un pugile “afroamericano”. A tradirlo nella finzione fu proprio l’infanzia italiana: durante un incontro, sfuggendogli una parola in romanesco, fu costretto ad ammettere le sue origini. Campione europeo nel 1928, la storia di Jacovacci, che aveva ottenuto la cittadinanza italiana dal fascismo, è emblematica della spinta patriottica di questo atleta a piantare bandiera sulle sue vittorie. Tuttavia, è segno, dall’altra, della repulsione, degli stessi italiani, a riconoscere un nero come connazionale e rappresentante dell’orgoglio italico.
Con Black Italians. Atleti neri in maglia azzurra, Mauro Valeri punta l’attenzione sulle problematiche identitarie degli atleti e sulla discriminazione e i pregiudizi, anche positivi, in campo sportivo. Attraverso lunghe interviste, nel libro si raccontano le storie di 39 atleti, tra cui Fiona May, Andrew Howe, il pugile Sumbu Kalambay, il cestista Dan Gay, il calciatore Joseph Dayo Oshadogan e la ginnasta Lucy Frasca, che hanno permesso l'affermazione dell'Italia in campo sportivo internazionale.
Cristina Lonigro