Nelle zone di guerra vince lo "slow journalism"


Ogni anno i 30 Paesi riuniti nell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, stanziano 120 miliardi di dollari a favore delle organizzazioni umanitarie, un universo di circa 37mila operatori, secondo le stime dell’Undp, il programma dell’Onu per lo sviluppo. Sono soldi spesi per opere benefiche, perciò potrebbe essere un dato positivo che attorno alle ong giri molto denaro. Ma può anche darsi che, in realtà, quel denaro condizioni a tal punto l’operato delle organizzazioni umanitarie da renderle schiave dei contratti e incapaci di occuparsi davvero del bene degli assistiti. E che il circo mediatico sia il volano che alimenta, a colpi di sensazionalismo e stereotipi, la carità fine a se stessa.

Linda Polman, giornalista freelance olandese autrice di L’industria della solidarietà (edito da Bruno Mondadori), soppesa pregi e difetti delle organizzazioni non governative. «Le ong – dice Polman – sono industrie che si considerano al di sopra della legge, invece dovrebbero essere giudicate come tutte le altre. Se commettono reati o se non si comportano in modo trasparente vanno punite come tutti. Chi si considera terzo e neutrale solo perché sta compiendo del bene è quantomeno naif». Per fortuna esistono eccezioni, persone consapevoli delle condizioni in cui operano. Come Max Chevalier, fisioterapista olandese dell’ong Handicap International. Intervistato dalla Polman, Chevalier racconta le difficoltà di vivere nel campo di Murray Town, in Sierra Leone: «L’obiettivo è quello di rimettere i mutilati nelle condizioni di condurre un’esistenza normale. Ma loro non vogliono. Preferiscono trascinarsi senza usare protesi. Ai donatori piace, e i fotografi e i cameramen pagano per poterli riprendere». «Sono vittime, mica stupidi», aggiunge la Polman.

Quindi la Convenzione di Ginevra, che parla di imparzialità, indipendenza e neutralità come principi cardine delle organizzazioni umanitarie, dice qualcosa che nella pratica non esiste.
La Convenzione di Ginevra esprime dei principi bellissimi, quindi anche le ong che la adottano perseguono valori morali retti. Il problema è credere che in una zona di conflitto questi principi vengano rispettati. Nella Convenzione di Ginevra non è riportato che le ong possono diventare strumenti nelle mani delle forze in campo, eppure questo accade. Sono una merce pregiata che porta beni, cibo, dottori laddove non c’erano. Se questo finisce nelle mani sbagliate, una guerra si può protrarre più del dovuto.

Può fare un esempio di ong che riesce a mantenere fede al suo statuto di neutralità?
Gli esempi positivi ci sono sempre, come anche i lati negativi. Io credo che un’ong diventa colpevole nel momento in cui non si preoccupa di trovare un modo per proteggersi dalle strumentalizzazioni.

Quali sono questi modi?
Uno fra i tanti è combinare insieme le forze. Invece spesso gli interessi personali sono anteposti a quelli delle vittime. In molti casi l’unica preoccupazione è far apparire la situazione drammatica e spingere le persone a donare i loro soldi per una buona causa.

Che ruolo ha il circuito dei media in questo processo?
Fondamentale. Sia i giornali sia le organizzazioni umanitarie sono interessate alle storie rapide e strazianti dei dottori bianchi che salvano i bambini neri. Il sistema di finanziamento delle ong si basa sull’emotività suscitata da immagini toccanti. Fanno vendere i giornali e fanno gudagnare le ong. Non c’è, invece, un reale interesse per i conflitti. Gli stessi direttori, quando chiedi di fare una storia sull’Africa, ti mandano in un campo profughi di Medici senza frontiere.

Ma è un problema di disinteresse del pubblico?
No, no, assolutamente no. Questa è la favola che raccontano i direttori dei giornali. Lo dicono perché fanno ricerche di marketing, pensano che il pubblico voglia solo pezzi di moda e lifestyle. Non ho mai fatto ricerche ma sono convinta che la situazione sia diversa. È uno dei motivi per cui sono freelance. Casi come Haiti e il Darfur lo testimoniano, l’interesse dell’audience c’è. È il giornalista che ha una responsabilità nei confronti di ciò di cui parla. Non si possono gettar parole in pasto al lettore sperando che destino il suo interesse. Chi parla di materie difficili si accolla una responsabilità: solo la capacità di scrittura e di analisi può rendere un pezzo interessante senza sensazionalismo.

Però il giornalismo ha tempi serrati che spesso impediscono un lavoro approfondito.
Io faccio un mestiere diverso. Non competo con i grandi gruppi editoriali perché è una sfida troppo grande. Anche come attitudine non sono portata alla velocità. Faccio “Slow journalism”, lavoro alle storie nascoste, a cui dedico anche molti mesi. Così posso andare sul luogo, anche per mesi, parlare con le persone. Solo così si può essere freelance.

Serve un “committente” però. Come si fa senza finanziatori?
Sono freelance da 20 anni e non ho mai lavorato su commissione. Certo, dovevo investire su di me, ma alla fine ho sempre avuto un ritorno economico. Perché? Perché ci credevo davvero, perché questo è il modo in cui voglio lavorare.

Non si però iniziare da un lavoro di questo genere. Senza reputazione non si ha credibilità. Come si può fare?
Ho impiegato un paio d’anni prima di vivere di giornalismo. Ho lavorato nei call center e come commessa del supermercato per pagarmi i viaggi, dopo aver frequentato la scuola di giornalismo dove oggi insegno, a Utrecht. Chi vuole fare questo mestiere deve essere pronto a investire su di sé, perché tutti si lamentano che non ci sono abbastanza soldi nel mondo della stampa. L’altra faccia della medaglia, però, è che godi della più assoluta libertà, puoi scegliere le storie che ti interessano. Basta iniziare a farlo. Il bello, poi, è che man mano che l’esperienza aumenta, si migliora.
 

  • Lorenzo Bagnoli


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