Nel 2006 per la prima volta i giornali americani scrivono di un misterioso gyre, una corrente in mezzo al Pacifico, che ha raccolto i rifiuti delle spiagge californiane dando vita ad un’immensa isola di plastica. Il loro interesse nasce grazie alla Junkraft, la zattera costruita dall’Algalita Marine Research Foundation con bottiglie di plastica e reti da pesca. «Più strade battiamo per trovare parole che colpiscano il mondo, più possibilità abbiamo di trovare una soluzione». Questo l’imperativo di Marieta Francis, executive director dell’Algalita: «Ogni iniziativa, così come la nostra barca di rifiuti, è un monito, un segnale per tener viva l’attenzione».
Oggi, però, è sempre più urgente la necessità di regate ecologiche e odissee mediatiche: da poco, infatti, si è a conoscenza che altri quattro gyres nuotano nei nostri mari, a briglie sciolte e nel totale disinteressamento. Ma di chi è questo mare, chi ne deve rispondere? «Ognuno è responsabile – continua Marieta Francis –. L’80% della spazzatura che forma l’Eastern Garbage Patch proviene dalla terra ferma, dai fiumi e dalle correnti. Poi, quando arriva nell’oceano, si incontra con il restante 20%, i resti gettati dalle imbarcazioni».
Da quando Charles Moore ha scoperto l’isola, la sua fondazione è stata il punto di riferimento per ecologisti, oceanografi e perfino per la stampa - poca - che voleva capire se si trattava dell’ultima bufala firmata “pollice verde”: «Oggi possiamo vantare un archivio che raccoglie dieci anni di dati e studi sulle condizioni dei nostri mari – spiega l’executive director –. Col tempo ci siamo resi conto che l’unica soluzione possibile è dare un taglio alla nostra ossessiva moda dell’usa e getta. Se non fermiamo la corrente di spazzatura che da casa nostra si tuffa nell’oceano, non serve a nulla continuare a pulire e ripulire l’acqua».
Dai mari si è passato, poi, ad analizzare anche gli animali, o quel che resta dei pesci della zona: «Sono contaminati, hanno ingerito enormi quantitativi di plastica che, una volta fotodegradata, diventa nociva». Panta rei, tutto scorre, verrebbe da dirsi, se non fosse che prima o poi potremmo trovarci nel piatto una nuova specialità: il pesce dei rifiuti. Il pranzo è servito, quindi.
Insomma il nemico numero uno ha sempre lo stesso nome, plastica. Immortale, da sconfiggere nella quotidianità quanto sul campo. L’auspicio dell’Algalita è che compagnie e aziende lavorino insieme per una risoluzione: «Riciclare, riutilizzare, scoprire materiali alternativi». Ci si domanda, poi, se anche qualche sovvenzione statale non sarebbe, a questo punto, necessaria. Sono più ottimisti i volontari-lavoratori dell’Algalita: «No solution is the answer, ci sono soluzioni che ancora devono nascere. Crediamo che attraverso la creatività si possano cambiare le nostre abitudini, lo sviluppo tecnologico e quindi, perché no, si possa anche far tornare pulito il mare».
Track the trash non è solo uno slogan: «Il nostro staff è formato da lavoratori part-time che poi, per la mole di lavoro che da soli ci ritroviamo a fare, diventano per la seconda parte del giorno volontari. Oggi stiamo organizzando un nuovo viaggio in Giappone per raccogliere nel Pacifico, ancora una volta, l’immondizia di tutti».
Un piccolo gruppo, dieci persone in totale, che passa le proprie giornate a cercare di far sentire la propria voce: si cerca di coinvolgere le scuole americane con appositi programmi per attrarre i bambini nel mondo dei resti o anche gli sportivi con una 2mila miglia in bicicletta lungo 15 città americane. Piccole e sporadiche iniziative che insieme stanno portando a creare quello che Paul Hawken, ecologista e giornalista americano, ha definito “il più grande movimento del mondo senza leader”.
Giulia Dedionigi