Navi a perdere, perché l’inchiesta è a rischio


Trent’anni per trovare la prima prova di una delle (almeno) 30 cosiddette ‘navi a perdere’ a largo delle coste calabresi. Ovvero le navi piene di rifiuti tossici, affondate su commissione dalla ‘ndrangheta per far sparire l’ingombrante carico. Trent’anni. Per trovare una prova.

O meglio: per inciamparci. Perché le rivelazioni in merito del pentito Francesco Fonti risalgono ai primi anni Novanta; ma solo il ritrovamento ai primi di settembre del relitto del Cunsky al largo di Cetraro, Cosenza, ha smosso l’inchiesta di una Commissione parlamentare, chiamata ad appurare il livello di coinvolgimento dei servizi segreti deviati, chiamati in causa da Fonti.

A Roma si sono riuniti gli stati generali sulla mafia, promossi dall’associazione “Libera” di don Luigi Ciotti. Tema di stretta attualità: le eco-mafie. Però, al tirar dei conti, oltre i titoli dei giornali e l’indignazione pubblica di rito, cosa serve adesso perché anche questo non diventi uno scandalo di Stato presto dimenticato? Anzi, una strage di Stato: perché negli ultimi quindici anni è aumentato esponenzialmente il numero dei malati di tumore e leucemia in Calabria. Non nelle grandi città, o accanto a una raffineria. Ma nei paesini, persino nell’entroterra, visto che l’affondamento delle navi cammina di pari passo con lo sversamento di rifiuti tossici in centinaia di siti dell’Aspromonte, difesi - armi in mano - dalla ‘ndrangheta. «Forse, per la prima volta in Calabria, la gente si sta ribellando alla ‘ndrangheta».

Lo dice don Pino De Masi, referente di “Libera” per la spianata di Gioia Tauro. Lontano dai luoghi degli affondamenti, ma ai piedi dell’Aspromonte. «Degli sversamenti sui monti ne abbiamo sempre sentito parlare, anche le navi affondate sono diventate una leggenda».

Il traffico delle navi perdute è stato amministrato dalla ‘ndrangheta. Chi altri c’entra? Anche perché, come si possono affondare 30 navi in 30 anni, senza dare nell’occhio?
«Si può quando nessuno se ne deve accorgere. È chiaro il coinvolgimento di enti privati ma anche di governi, attraverso il lavoro dei servizi segreti deviati».

C’è un’istituzione su sui pesa una particolare responsabilità?
«C’è che la Regione si è svegliata. Adesso. Non se lo fa perché a marzo ci saranno le elezioni amministrative, o perché le è più comodo, visto che il controllo della situazione è passato a Roma».

Qual è il prossimo passo da fare a livello nazionale perché anche questa vicenda non finisca nel dimenticatoio?
«Una cosa ben precisa: inserire i reati ambientali nel Codice Penale. Sarebbe un cambio decisivo».

Sta parlando della destra o della sinistra?
«Parlo di altro: presentare la proposta di legge attraverso la raccolta di firme. Come abbiamo fatto nel ’95, per fare approvare il provvedimento della confisca dei beni ai boss mafiosi».

E dal punto di vista investigativo, cosa manca per sbloccare la vicenda?
«Il procuratore della Repubblica di Catanzaro ha chiesto ufficialmente i dati su uno dei fusti ritrovati nel relitto di Cetraro. Tocca esaminarli all’Astrea (nave di ricerca biologica e chimica marina, inviata sul posto appositamente dall’Icram, ente pubblico vigilato dal Ministero dell’Ambiente, ndr). Ma questi dati ancora non ci sono, e dovrebbero esserci. Sospetto stiano perdendo tempo, aspettando che l’attenzione sui media si abbassi».

La società calabrese alla fine tornerà a “farsi i fatti suoi”? Anche perché, si sa, quando un giudice o un cittadino coraggioso muoiono per mafia, la gente intimamente pensa: “è andato a cercarsela”.
«Ora la comunità calabrese capisce che la ‘ndrangheta è materialmente responsabile del suo male. Adesso ha avuto una prova che non erano leggende e ricollega tutti i morti di tumore negli ultimi anni. Non avete idea di quanti malati negli ultimi 15 anni, quasi ogni famiglia è stata colpita. È diverso dal racket o dai traffici. Adesso le persone vedono concretamente in che maniera la ‘ndrangheta influenza le loro vite».

Davvero la società calabrese può cambiare rispetto al passato?
«Il problema della Calabria è sempre stato l’eccesso di individualismo. Ma adesso la gente è davvero stufa. Per le malattie, ma anche perché sta perdendo quel poco di beneficio che le proveniva dal turismo o dalla pesca. Qualcosa adesso potrebbe veramente cambiare».

Lei parla da prete. Ma sa come funziona: si pensa “quello è prete, non ha niente da perdere, non ha un negozio che gli si può bruciare, una famiglia che può essere toccata”.
«È vero. Ma alla gente serve coraggio, servono esempi. “Annunciare, denunciare, rinunciare”, come diceva il vescovo del Sud fatto santo, don Tonino Bello. Lo so bene che è difficile, ma quella terza parola è necessaria: “rinunciare”. Se la comunità capirà di dover rinunciare a qualcosa, allora sarà vero cambiamento».

  • Tancredi Palmeri

 


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