A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, l’ultima grande “barriera” ereditata dal comunismo si trova in Corea.
Nel 1953 infatti – in piena guerra fredda – fu creata una striscia di terra profonda 4 km e lunga 250 che allargò il fronte dello scontro tra i due eserciti: quello della Corea del Nord, filosovietico, e del Sud, filoamericano.
La “Zona Demilitarizzata Coreana” che percorre la linea ideale del 38° parallelo, nonostante il nome è universalmente conosciuta come il confine più armato del mondo
Anche ora, nonostante le iniziative concilianti tra i due paesi, il “Korean Border” rimane un simbolo della tensione latente nella penisola.
Tino Mantarro, giornalista per la rivista del Touring Club Italiano, ha visitato nei mesi scorsi la Military Demarcation Line, il punto esatto in cui corre il muro divisorio tra le due Coree. «La situazione è paradossale», spiega Mantarro, «accanto ai presidi militari si possono vedere i turisti che visitano la zona grazie a veri e propri tour guidati, organizzati dalla Corea del Sud. Uno dei più gettonati è quello gestito da militari dell’esercito americano. Bisogna sottostare a regole bizzarre: è severamente vietato, infatti, vestirsi di verde oppure indossare i jeans».
Il muro appare però tutt’altro che un’attrazione turistica: «è formato da 3 ordini di recinzioni di filo spinato. Negli spazi tra una barriera e l’altra il terreno è minato e ci sono delle speciali protezioni per evitare lo sfondamento dei carri armati». Una curiosità interessante: «Nel punto centrale della barriera» prosegue Mantarro «sorge un hangar che collega i due paesi, all’interno del quale sono stati firmati negli anni alcuni importanti trattati di pace. Ai lati vi sono due grandi ingressi: quando è aperto quello che guarda a Nord, l’altro rimane chiuso e viceversa».