Il 27 settembre del 1943 i primissimi insorti del quartiere Vomero aprono il fuoco contro alcuni reparti tedeschi d’occupazione. E’ il prologo delle quattro giornate di Napoli, la reazione del popolo campano alla guerra che, nel Golfo, finisce prima dell’intervento Alleato, grazie al sacrificio dei civili italiani. In questo modo, con un rumore impastato di fughe e spari, si conclude Morso di luna nuova, la pièce firmata Erri da Luca in scena al teatro Franco Parenti di Milano, fino al 14 marzo. Il nucleo della storia si svolge fra le pareti di un ricovero antibombardamenti dove, nello spazio scandito dagli allarmi della contraerea, si incrociano le vite di nove personaggi, di nove voci diverse.
«Il cielo, il mare, l’aria di Napoli rimangono fuori dalla rappresentazione – spiega l’autore –. Le forze che si sprigionano nascono tutte all’interno del rifugio, una camera di scoppio nel sottosuolo pronta ad esplodere gli ultimi giorni di settembre». Fra le pareti del nascondiglio coatto, sotto i colpi degli esplosivi angloamericani, si costruisce una trama di relazioni personali, una timida normalità, la rete che sostiene la città piegata e sanguinante. Il primo amore di un’adolescente, l’ideale sbriciolato di un generale a riposo, le parabole di padri e figli si sommano fino stabilire un equilibrio condiviso e collettivo. «Ci sono momenti precisi in cui, improvvisamente, le fibre disperse di una comunità diventano popolo – continua Erri De Luca –. Popolo è quando una comunità si mette a fare nel medesimo momento la stessa cosa, come fosse una sola persona, un organismo intero. In tal senso si è popolo molto raramente e, dunque, è importante registrare questi episodi, testimoniare che uno scatto d’orgoglio c’è stato».
Il libro che ha ispirato lo spettacolo teatrale con la regia di Giancarlo Sepe è stato scritto da Erri De Luca nel 2005, in forma di dialogo e in napoletano: “’O ttaliano è na lengua spuzzuliusa, no comm’ ‘o napulitano nuosto ca se magne ‘e pparole a muorse p’ ‘a famme che tene”. «E’ stata una scelta naturale, immediata. In testa avevo i racconti, le voci delle donne della mia famiglia, ed era fisiologico raccontare questa storia utilizzando la narrazione diretta». Dunque, non c’è spazio per la finzione? «Direi di no. Sono storie che ho ascoltato, in dialetto, con le mie orecchie. Del resto, quasi tutto quello che scrivo corrisponde ad episodi veri o che mi sono stati riferiti. In generale, sono dotato di poca fantasia».
Nel 1942 viene pubblicato il romanzo breve La luna è tramontata di John Steinbeck. Nel racconto dell’autore statunitense, l’invasione nazista trasforma un anonimo paesino norvegese nel laboratorio della coscienza civile condivisa, paradigma del dramma violento in grado di innescare la coraggiosa resistenza di popolo. Fra le due narrazioni letterarie, al netto di differenze notevoli, esistono dei nessi comuni, atmosfere composte dalla stessa sostanza universale: «Non conosco i meccanismi che regolano i legami fra i messaggi letterari – conclude Erri De Luca –. Credo, tuttavia, che più una storia è intima e più ha la forza di riecheggiare, di conservare un cuore buono per tutti. Al contrario, inventare una storia generica e condivisibile il più possibile, in realtà, indebolisce la storia stessa. Certo, la dialettica fra il destino delle vite personali e le vicende comuni, sociali, è spesso inconciliabile. Ed in fondo è stato questo il segno del ‘900: un secolo grandioso che ha schiacciato e stravolto le esistenze individuali in nome di traguardi ed esperienze collettive».