A Milano una rassegna sugli sguardi al femminile


 

Paesi lontani, culture differenti, storie di donne raccontate dalle stesse protagoniste. C’è tutto questo al centro di Sguardi altrove, una delle rassegne che da anni a Milano promuove opere cinematografiche a regia femminile. Patrizia Rappazzo, direttore artistico della rassegna, parla del suo festival e della situazione del cinema al femminile oggi. 

Cominciamo da Sguardi altrove. Come nasce l’idea di dedicare uno spazio esclusivo alle donne dietro la macchina da presa?  

La rassegna è nata nel 1992 grazie a Gabriella Guzzi e a un gruppo di donne appassionate di cinema, con lo scopo di approfondire le tematiche relative alla condizione femminile attraverso il linguaggio del grande schermo. Negli anni successivi il progetto ha allargato progressivamente lo sguardo riflettendo non solo sulla condizione delle donne, ma anche sul linguaggio cinematografico da loro utilizzato. Così già dal 1995 Sguardi altrove si impone l’obiettivo di individuare e promuovere opere cinematografiche e audiovisivi a regia femminile. Nel 1997 sono diventata direttore artistico e ho spostato il focus dalle tematiche femminili ad argomenti differenti, ma rigorosamente trattati da registe donne, perché il tocco femminile rimane il nostro segno di riconoscimento. Da alcuni anni al festival affianchiamo una serie di eventi culturali per la valorizzazione dei differenti linguaggi della creatività femminile, infatti sono state organizzate mostre, installazioni, proiezioni tematiche e incontri di vario genere. 

Il progetto prende le mosse dalla convinzione che la sensibilità di una donna sia profondamente diversa da quella di un uomo, oppure l’obiettivo è promuovere le registe in un settore prettamente maschile? 

Un uomo può benissimo avere la stessa sensibilità di una donna, anche se è evidente che esiste una differenza biologica tra i due sessi, per cui lo sguardo femminile sarà sempre leggermente differente. Ma la logica del nostro festival si sgancia da tematiche femministe, perché l’obiettivo è quello di dare valore alle opere femminili che, sebbene di buon livello, faticano a entrare nei circuiti commerciali, per esempio perché vengono realizzate in paesi difficili, maschilisti, specialmente del Medio Oriente, dove il gentil sesso non riesce ad affermarsi nella vita e anche professionalmente, specie in questo campo. L’imperativo è dare spazio al lavoro sommerso, scavare e trovare storie di donne raccontate da donne, provenienti da Paesi e culture differenti dalla nostra. Quest’anno, per esempio, abbiamo dato molto spazio ai lavori provenienti dall’Iran, in ricordo dei drammatici fatti di quest’estate. Non a caso il premio è andato a Heiran, di Shalizeh Arefpour. Il film racconta la storia Mahi, una 17enne proveniente da una famiglia rurale del Sud dell'Iran devastato dalla guerra, che si innamora di uno studente afgano di nome Hairan arrivato nel villaggio per lavorare. La famiglia della ragazza è fermamente contraria al matrimonio, e così Mahi si troverà costretta a dover scegliere tra l'uomo che ama e la famiglia. La pellicola dipinge il dramma di una donna, ma anche quello della difficile realtà dell’integrazione degli afgani in terra iraniana. 

Quest’anno Kathryn Bigelow ha segnato la storia del cinema portando a casa l’Oscar per la miglior regia e il miglior film. Oggi c’è una maggiore attenzione al cinema femminile rispetto a ieri? Crede che il numero delle registe sia aumentato? 

In Italia le registe sono aumentate, soprattutto quelle di documentari e fiction, e sicuramente la vittoria della Bigelow all’Oscar è un segno che le donne si stanno facendo strada nel mondo. Ma nei paesi più maschilisti la situazione è molto difficile. Le donne hanno difficoltà ad affermarsi anche nel microcosmo familiare e spesso non lavorano affatto. Nella maggior parte dei casi la cultura di questi Paesi non concepisce neanche che una donna possa dedicarsi a un lavoro di questo tipo. Tuttavia anche in Italia non è facile per le donne fare film, perché ci sono logiche di potere che ancora premiano il lavoro maschile. È una questione di cultura. Per cui, per arrivare a una reale parità a livello professionale ci vorrà ancora molto tempo.

  • di Simona Peverelli


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