Scempio. È questa la parola più utilizzata da Italia Nostra per informare la cittadinanza di Milano sulla lettera consegnata lunedì scorso al sindaco Giuliano Pisapia, per fermare la costruzione del parcheggio interrato di Sant’Ambrogio.
Il Comitato per la tutela della piazza e l’associazione omonima hanno lanciato un appello, già sottoscritto da storici dell’arte e intellettuali: tra questi Salvatore Settis, Alessandra Mottola Molfino, Cini Boeri e Carlo Bertelli, firmato on line anche da altre 800 persone. Tutte contrarie al progetto che prevede la realizzazione di un silos di cinque piani destinato a contenere 581 auto, tra posti a rotazione e box per “residenti” (acquistabili, in realtà, da chiunque abiti a Milano). Molti si chiedono: è davvero necessario un parcheggio, quando nelle vicinanze ci sono già molte aree dedicate? Basti pensare agli spazi di via Olona, a soli 300 metri.
La lotta contro quest’infrastruttura inutile e dannosa continua dal 2005, anche se i permessi necessari alla costruzione sono stati ottenuti puntualmente. Purtroppo, «in assoluta mancanza di trasparenza», almeno secondo Francesca Castelbarco, consigliera del Pd per la Zona 1. Forte di quanto stabilito dall’articolo 9 della Costituzione e dal Codice dei Beni Culturali, la mobilitazione non si arrende e mira a responsabilizzare la giunta comunale. C’è chi si è sentito tradito dal neo-eletto sindaco, sottolineando come sia venuto meno alle promesse fatte in campagna elettorale.
Il Comune ha dichiarato di non poter bloccare il cantiere, perché in tal caso dovrebbe corrispondere al costruttore una somma ingente. Ma è davvero possibile mettere sullo stesso piano i valori culturali e spirituali con quelli economici di un progetto concepito nel lontano 1985? La risposta dell’ex presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio: «L’amministrazione ha la facoltà di revocare il provvedimento e pagare alla ditta un indennizzo pari soltanto alle spese sostenute». I lavori sono appena iniziati. La richiesta è bloccarli almeno fino all’approvazione di un nuovo piano mobilità. A patto che la decisione finale risponda al volere espresso dalla maggioranza dei milanesi nell’ultimo referendum sulla viabilità.