Michele D'Onofrio


Laureato. In legge e mio malgrado. Utopista e irresoluto. Viziato dai genitori. Accidioso. Prodigo, perciò perennemente squattrinato.

Dalla mia città natale, Piacenza, sono fuggito finito il liceo classico (dove peraltro, dopo essere stato uno studente decoroso, mi sono diplomato inspiegabilmente tra i peggiori della mia classe) e ho iniziato a studiare legge all’Università di Bologna. Onestamente scelsi la facoltà per inerzia, essendo tradizione di famiglia studiare di pandette e codicilli. Sostenuta la prima dozzina d’esami, con risultati stupefacenti per uno studente poco appassionato di brocardi come me, ho cambiato università trasferendomi a Bari. Nella città della fiera del levante ho incontrato il professore di penale col quale mi sono laureato magistrale, che è stato, forse, uno dei miei migliori amici durante gli anni universitari. All’università mi hanno insegnato parecchio, eccetto il diritto. Tuttavia non me ne lamento, dato che non ho mai avuto la statura di novello Giustiniano.

Appena fatte le copie conformi della specifica degli esami, sono partito di nuovo. Stavolta per New York. Ho frequentato la Columbia, ne ho amati gli spazi verdi, ho tentato di vivere la ‘capitale del mondo’ come un autoctono. Non sono sicuro di esservi riuscito, ma almeno ci ho provato. Di quella città mi mancano i teatri di Broadway e la Carnegie Hall, avendo sempre coltivate velleità pianistiche!

Tornato in Italia, ho fatto un po’ di pratica forense, vedendo confermata la mia percezione di non amare molto i tribunali. Ho cambiato strada: probabilmente non mi resta che scrivere. Ho sempre pensato che la parola, se maneggiata con cautela, non faccia danni come bisturi o manette; perciò mi sono iscritto alla scuola di giornalismo dell’Università Cattolica.

In futuro cercherò un lavoro. Tornerò negli Stati Uniti. Almeno spero. Talvolta mi pare di andare avanti per tentativi. Destino condiviso da molti miei coetanei. Anche da chi non se ne rende conto. Temo.

 


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