L'ultimo popolo tra gli ultimi, quello che viaggia col più grande fardello di pregiudizi addosso, è raccontato da Bianca Stancanelli, inviata messinese del settimanale Panorama, nel suo La vergogna e la fortuna. Storie di rom.
Nel libro-viaggio che parte dalla tragedia dell'incendio nel campo di Livorno, si tratteggiano i profili di uomini e donne, da una retrospettiva storica che squarcia i luoghi comuni sugli zingari, un popolo di diversi per forza: ladri, untori e primi imputati quando il colpevole non si trova o, semplicemente, non c'è. Il modo con cui il popolo rom è raccontato diventa un caso italiano a partire da come giornali e tv trattano l'argomento. Per la Stancanelli con bordate di pregiudizi, accuse facili e scarso approfondimento. Un errore da non ripere nei confronti dei rom, ma che non merita smentite. Anzi, probabilmente, non viene avvertito nemmeno come un errore dalla stampa italiana.
Il libro racconta il rogo di Livorno. Come questa tragedia che ebbe i rom per protagonisti fu trattata dai media?
Ci fu tanta emozione per la morte dei quattro bambini ma completa indifferenza sull’arresto dei loro genitori e nessun interrogativo sulla fondatezza di quel provvedimento. Al solito, la copertura mediatica nei giorni immediatamente successivi al rogo fu grande. Poi, nessuna notizia. Cinque righe in cronaca e, solo su pochi giornali, quando il padre di Lenuca, una dei quattro bambini morti, tentò di uccidersi in cella, al rientro dal funerale della figlia, .
Esiste un “caso” italiano nel modo in cui i rom vengono dipinti dai media?
Non ho la competenza per poter fare utili confronti. Posso dire di aver letto su El Paìs inchieste condotte con grande rispetto e molto esaurienti sulla minoranza gitana in Spagna, di vedere molto spesso su Le Monde servizi ben informati sulle condizioni di vita dei rom in Paesi anche diversi dalla Francia. Ho letto anche sul Guardian e sull’Independent articoli informati, corretti, rispettosi, lontani sia dalla caramellosa compassione che dalla fissità del pregiudizio che sono, temo, i limiti dell’informazione sui rom in Italia.
Questo corto circuito informativo a chi è imputabile? Perché giornali e tv trattano il tema rom da una sola prospettiva?
L’unica spiegazione che so darmi è che gli stessi giornalisti sono prigionieri del pregiudizio antigitano, e lo vivono con tale normalità da non metterlo in discussione. Non a caso, nel novembre scorso, l’Associazione Stampa Romana ha preparato un vademecum sui rom da distribuire ai cronisti e la Federazione Nazionale della Stampa ha voluto presentarlo con una conferenza stampa.
Eppure i dati dicono che in Italia, al contrario di quanto pensi l’opinione pubblica, il numero di rom è inferiore alla media europea.
Secondo le stime più accreditate, sono tra i 140 e i 170mila, lo 0,23 per cento della popolazione. Metà di loro sono italiani, e da generazioni: i primi arrivarono in Italia nel Quattrocento. Ma un sondaggio dell’Ispo, Istituto di studi sulla pubblica opinione, calcolò nel 2008 che solo il 6 per cento degli italiani aveva un’idea abbastanza esatta del loro numero; un altro 15 per cento era convinto che fossero almeno un milione, se non addirittura due.
Le prime fasi di molte indagini su omicidi e rapimenti scattano forse la fotografia più lucida del fenomeno: se si brancola nel buio, i rom sono sempre un possibile indiziato.
E’ storia di questi giorni. A Torino una sedicenne fa l’amore col suo ragazzo, ha vergogna di dirlo a casa, s’inventa di essere stata stuprata da due “zingari”. Le crede il fratello, le crede il suo quartiere. Centinaia di persone scendono in strada per una fiaccolata; alcune bande assaltano un campo rom e danno alle fiamme le baracche. Ma era accaduto con lo stupro della Caffarella, a Roma. Allora il sindaco della capitale, in visita all’estero, subito sentenziò: “Sono stati i rom”. Non era vero. È successo ancora con l’incendio nella stazione Tiburtina che mandò in tilt il traffico ferroviario in mezza Italia. Si disse che ernao stati gli zingari con i loro furti di rame. Non era vero neanche quella volta. Accusare i rom è una soluzione comoda, semplice, veloce e ha il pregio di non comportare conseguenze. Si può dar loro addosso quanto si vuole: nessuno li difenderà. E dopo, non ci sarà neppure bisogno di scusarsi.
Il rogo delle Vallette, a Torino, è il chiaro segnale che i pregiudizi e l'intolleranza sono dilaganti. Quante sono le colpe della politica e quanta è la facilità con la quale si manifesta il razzismo nei confronti dei rom?
La politica è molto abile e veloce nell'utilizzare i rom a fini di propaganda, e lenta e impacciata nel trovare soluzioni convincenti. Un esempio: l'Unione Europea aveva prescritto all'Italia di presentare entro dicembre la sua strategia nazionale per i rom. A quell'adempimento sono legati contributi cospicui nei settori della salute, dell'educazione e dell'abitazione. Ma solo nel novembre scorso, l'incarico di predisporre quella stragedia è stato affidato all'Unar, l'ufficio antidiscrimazioni, inserito nel ministero per le Pari Opportunità. A un recentissimo convegno ho sentito il rappresentante dell'Unar dichiarare che sarà impossibile disegnare quella strategia prima del febbraio 2012.
L'ammissione di colpa - caso unico - di un autorevole quotidiano come La Stampa all'indomani del rogo torinese può essere il primo passo verso un nuovo atteggiamento dei media?
Anche ai tempi dei roghi per sgomberare i campi rom di Ponticelli, si erano letti articoli molto commossi. Ne ricordo uno in particolare, di Gad Lerner, che commentava la fuga su un'Ape di una famigliola terrorizzata. Era il maggio del 2008. Il tempo passa, ma i roghi no.
Esistono libri, pubblicazioni, inchieste o approfondimenti che provano ad analizzare meglio la questione? Qual è l’atteggiamento di un giornale come Panorama?
Panorama, come altri grandi giornali, semplicemente non se ne occupa. La questione rom sembra sospesa tra crimine e tragedia: se non c’è né l’uno né l’altra – niente roghi di bambini, nessun reato di cui sospettare gli adulti – prevale il silenzio. Quanto ai libri, sì che ce ne sono: per esempio, il bellissimo Seppellitemi in piedi di Isabel Fonseca. Ci sono i testi di Alexian Santino Spinelli, musicista e docente universitario rom, i saggi dell’antropologo Leonardo Piasere, le ricostruzioni degli storici sul Porrajmos, l’Olocausto zingaro.
Al netto della disinformazione sul tema che può aver generato autodifese di fronte a taccuini e telecamere, perché i rom tendono a non voler apparire sui media?
Non si fidano. Ma alcuni di loro, che hanno un ruolo nelle loro associazioni, come Nazzareno Guarnieri, Bruno Morelli o lo stesso Alexian Santino Spinelli non trascurano affatto il rapporto con i media. Poi ci sono i tanti che lavorano, vivono tranquilli, abitano nelle case e non ci tengono a rendersi riconoscibili in un Paese che detesta gli "zingari".
La Carta di Roma ha richiamato i media sull'uso errato dei termini con i quali vengono definiti i migranti. Quanta confusione c’è nella descrizione dei rom?
Basta pensare che si continuano a usare le parole “rom” e “nomadi” come se fossero sinonimi, quando studiosi ed esperti sostengono che solo l’8% di rom e sinti sono ancora nomadi in Italia, e il loro nomadismo è spesso legato al lavoro che fanno, come accade per i giostrai o per i sinti, che spesso lavorano nei circhi.
Mediaticamente si sente parlare di rom solo in chiave negativa. Nel tuo libro, invece, racconti storie difficili ma, al contempo, spesso, di riscatto. Ce ne faresti una carrellata?
Ho scritto della regista Laura Halilovic, premiata con un prestigioso riconoscimento internazionale per il suo Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen. E ho scritto dei rom di Reggio Calabria specializzati nella raccolta e nel riuso dei rifiuti. Ma ci sono le donne dei campi del Nord della Sardegna che, con l’aiuto di uno stilista, hanno creato un atelier di moda, o i ragazzi di Lamezia Terme che, insieme con i coetanei non rom, hanno recitato in uno spettacolo teatrale; o ancora i giovani abruzzesi della Fattoria sociale che hanno riscoperto l’arte dei loro padri nell’allevamento dei cavalli. A volerle raccontare, le storie sono davvero tante e fugano da sole ogni pregiudizio.