Materie prime: quando il grano è oro in Borsa


L'aumento del prezzo del grano, e di conseguenza del pane, fa esplodere conflitti in nordafrica e minaccia l'Europa. Ma perchè il prezzo aumenta? Da dove parte la crisi? E soprattutto, c'è qualcuno che ci guadagna sui molti che si ribellano per fame? Davide Maspero, professore di Mercati finanziari all'Università Bocconi di Milano, ci spiega quali sono i meccanismi della speculazione sulle soft commodities, i prodotti agricoli come grano, mais, caffè, ma anche latte, bestiame e tanti altri.

Il mercato delle commodities è quello dei titoli derivati, ovvero di quegli strumenti finanziari che dipendono dal prezzo di una merce reale: il prezzo dell'oro in borsa, per esempio, deve sempre fare i conti col prezzo dell'oro sul mercato “cash”, quello della compravendita diretta. Così avviene anche per i titoli riguardanti le soft commodities, ovvero i beni agricoli e deperibili: il loro prezzo sul mercato condiziona correttamente il prezzo dei corrispondenti titoli.

Questi titoli vengono contrattati in borse specializzate: «Sono poche nel mondo le borse che permettono la compravendita di titoli di soft commodities: ad oggi le più importanti sono Chicago e Londra». I beni “primari” si comprano tramite dei contratti definiti contratti future, ovvero “contratti futuri”, perché non ti impegnano ad eseguire l'ordine e a prenderlo in carico subito, ma fermano ipoteticamente la merce per un determinato lasso di tempo, normalmente tre mesi. «Il contratto future è un impegno ad acquistare o vendere una certa attività a una data futura. Mettiamo che io decida che voglio guadagnare quando sale il prezzo del grano: posso fare due cose. La prima, più semplice, sarebbe comprare il grano, fisicamente, trovare qualcuno che me lo mette in un magazzino, aspettare, e rivendere quando il prezzo del grano è salito. Questa però è un'operazione costosa: devo avere subito la liquidità disponibile per l'investimento, e devo spendere per lo stoccaggio e la manutenzione. In più il grano è un bene deperibile, e rischierei di dover aspettare troppo per potervi guadagnare. Ho un secondo strumento allora, i contratti future che hanno per oggetto la consegna di prodotti agricoli. Comprando un contratto è come se acquistassi la materia prima, ma posso non arrivare mai alla consegna. Prima che scada il contratto, lo rivendo o rinnovo. In questo modo posso guadagnare dalla variazione di prezzo senza mai avere a che fare con il bene primario».

In tutti questi contratti non ci sono organi che “emettono” titoli su un valore reale: chiunque può entrare nella piazza e iniziare una contrattazione, comprando e vendendo contratti per masse di grano inesistenti: «È come se andassi dal fruttivendolo a comprare delle pere, ma le pere non ci sono, e tu compri il fatto che ti vengano consegnate tra tre mesi al prezzo di oggi. Dopo tre mesi, scegli: o chiedi che ti vengano date le pere, oppure rimetti in circolo il tuo contratto per altri tre mesi. Lo stesso fruttivendolo può anche assumersi il rischio di venderti pere che non ha, sperando tu non voglia davvero ritirarle». Così avviene sui mercati future. Acquirenti e compratori restano per il 99% “potenziali”, non giungono cioè mai all’effettiva messa in atto del contratto: il grano c’è, ma non si vede.

I mercati future sono sempre più popolati. «Gli acquirenti e i venditori di contratti future sono soggetti diversi: vi sono i produttori, che cercano di vendere degli stock di produzione in modo da tenersi al riparo dalla fluttuazione del prezzo, ci sono acquirenti che necessitano realmente del grano, ma per la maggior parte si tratta di speculatori e buyers, che lo fanno per diversificare gli investimenti di un portafoglio».

Diversificare gli investimenti è un altro concetto chiave da possedere per capire la situazione. Una delle regole elementari delle “teorie del portafoglio” degli anni ’50, ovvero quel complesso di regole cui si ispirano i gestori di importanti budget finanziari, privati e pubblici, è che per limitare il rischio si debba investire in attività poco correlate fra loro. Se ho un portafoglio da gestire, meglio che investa in ambiti differenti: quando un mercato scenderà non è detto che accada anche agli altri, e il mio patrimonio sarà meno esposto al rischio di perdere valore.

«Con la crescita della globalizzazione delle industrie e dei mercati, negli anni ’90 le normali suddivisioni geografiche dei portafogli sono risultate insufficienti: la borsa di Tokyo è troppo legata a quella americana, ed è così per tutte. Quando crolla una, crollano le altre, e gli investimenti vanno a rischio. Per questo dall’inizio degli anni ’90 gli investitori hanno cercato nuovi mercati su cui bilanciare i loro fondi: c’è stata l’ondata dei fondi immobiliari, poi la moda degli hedge funds, ed ora quella delle commodities, sia tradizionali, come l’oro o il metallo, sia “soft”, come i beni coltivati. Iniziano le banche, proponendoti obbligazioni per settore diversificate su varie commodities: investendo in queste obbligazioni si ha la garanzia del rimborso del capitale, più il guadagno sull’aumento di prezzo della merce. Ma anche un singolo cittadino può accedere ai mercati future e investirvi, entrando nel gioco».

Un “gioco” finanziario che però ha un rapporto ben diretto col reale, dove questa speculazione non manca di farsi sentire. Sul mercato “cash”, quello della compravendita diretta, si decide il prezzo della materia prima, in base al rapporto tra domanda e offerta. Ovvero tra consumo di grano e produzione di grano. Ma nella domanda si insinua pericolosamente il mercato finanziario, gonfiando a dismisura il numero dei “potenziali” acquirenti, e in questo modo facendo salire il prezzo del grano. «Il problema fondamentale è che nella valutazione del prezzo della materia prima, in questo caso il grano, incidono anche gli speculatori finanziari, cui del grano in realtà, concretamente, non interessa nulla. Logicamente però, per gli investitori finanziari l’aumento del prezzo del grano equivale a un guadagno, quindi di certo non fanno problemi ad essere attori di questo rigonfiamento della domanda».

Vista così, potrebbe sembrare un vicolo cieco: la domanda di grano è destinata ad aumentare inesorabilmente, per l’aumento della popolazione, il cambiamento nelle abitudini alimentari (maggior consumo di carne nei Paesi emergenti) e la produzione di biocombustibili. Non solo, a rimpolpare le fila dei “bisognosi” di grano, come abbiamo visto, sono tonnellate di soldi investiti in contratti future con oggetto il grano. Dall’altra parte, la produzione, sempre minacciata dagli eventi naturali, non può aumentare al ritmo richiesto. Questa corsa, benedetta dai mercati internazionali, può produrre solo una cosa: aumento del prezzo del grano, quindi del pane, quindi messa a rischio del sostentamento alimentare dei più poveri. Se non intervengono i governi, chiedendo maggiori regolamentazioni, o i mercati stessi, comprimendo la bolla che hanno creato, il futuro avrà ben poco di cui ingrassare. 

  • Francesca Sironi


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