Marina Goldovskaya, regista e documentarista moscovita, racconta i personaggi e le storie della Russia più scomoda e poetica da quasi mezzo secolo. Dal 1996, però, guarda al suo Paese dall’Università di Los Angeles, la Ucla, dove insegna al Dipartimento di teatro, film e televisione. Due donne carismatiche iniziano e concludono (per ora) la “summa” della sua produzione cinematografica, costellata di premi e riconoscimenti internazionali.
Nel 1971 la protagonista del suo primo documentario è Valentina Tereshkova, la prima cosmonauta sovietica e la prima donna nello spazio; nel 2011, in A bitter taste of freedom, il soggetto è l’amica Anna Politovskaya, che la regista ha definito «una sorta di Madre Teresa di Calcutta per il nostro Paese». La Goldovskaya ha raccontato un’Anna intima, umana, privata. «Del suo coraggio come giornalista si è detto abbastanza. Io ho voluto sottolineare qualcosa che stava andando perdendosi, come la sua dolcezza, il suo spirito materno e la statura morale».
In Russia non è facile parlare della reporter di Novaia Gazeta, assassinata in circostanze misteriose a Mosca, senza incorrere in censure. Eppure, il vento di novità che ha attraversato la Russia negli ultimi mesi ha già provocato alcuni cambiamenti inattesi: la proiezione del documentario sulla Politovskaya a Mosca era prevista per i primi di dicembre, in una sala pubblica. Esattamente nei giorni in cui avvenivano le prime manifestazioni contro il governo per chiedere l’annullamento delle elezioni legislative del 4 dicembre. «C’era sì questa proiezione pubblica, ma non sapevo né se sarebbe stata bandita, né se sarebbero venuti in molti. Alla fine la sala era piena e sembrava ci fosse parecchia elettricità nell’aria. Al termine del documentario tutti si sono alzati in piedi regalandomi un lunghissimo applauso. Mi sono commossa. Solo qualche giorno prima questo non sarebbe successo. È come se per la prima volta si fosse parlato di Anna in una Mosca democratica».
Il suo ultimo lavoro sulla Russia, Three songs about Motherland, risale al 2008. Qui passato, presente e futuro si incrociano in tre storie diverse i cui personaggi rivelano le proprie aspirazioni più segrete. Ancora una volta, uno dei protagonisti è Anna Politovskaya.
Il desiderio di realizzare un documentario dedicato esclusivamente alla giornalista assassinata era forte. «Tutti i miei film parlano di persone appassionate che hanno vissuto per un ideale. Sono poeti, registi, attori, scrittori. Di solito, cerco di ripercorrere le loro carriere rivelando i loro comportamenti, le loro emozioni. Anna era un personaggio perfetto per la sua alta “moralità”.
Il girato di questo film, copre quasi tutti gli ultimi dieci anni della vita della giornalista: dal 1996 al 2006. All’inizio non volevo fare un film su di lei. Mi interessava solo documentare il suo lavoro: era geniale, intelligente e piena di talento. Ma quando è morta i suoi figli mi hanno chiamato in causa: non potevo tirarmi indietro».
Il lavoro di messa a punto del documentario dura quattro anni e il risultato è imprevedibile, è un ritratto diverso: «Troppi film la ritraggono come una combattente, una lady di ferro che lotta per i diritti civili. In realtà, Anna affrontava il suo lavoro semplicemente come il suo dovere quotidiano. Era una persona normale, piena di tenerezza e onestà. Il suo lavoro era importante, ma mai quanto il suo impegno di madre».
Certamente, però, la sua attività professionale e le sue testimonianze sulla guerra in Cecenia sono l’aspetto più impegnato dell’esistenza di questa giornalista. «Anna ha dedicato la sua vita alla morte e alla sofferenza altrui. Il suo atteggiamento era di trasporto e profondo coinvolgimento. Si sentiva obbligata da un moto interiore ad aiutare le persone che avevano bisogno. Era schifata dalla guerra in Cecenia, dai militari russi, e si sentiva in dovere di fare qualcosa per aiutare i ceceni a vivere in modo meno infelice. Allo stesso tempo detestava i terroristi. Il suo obiettivo è sempre stato quello di far dialogare le due parti in conflitto. A dare maggiore fastidio alle autorità russe non era solo il suo racconto, le sue verità rispetto agli avvenimenti in Cecenia, ma soprattutto la sua ricerca di dialogo, di una soluzione pacifica al conflitto».
La vicenda della Politovskaya in Russia ha funzionato da deterrente per la stampa impegnata e dissidente. Dal 2000 a oggi sono diciannove i giornalisti russi uccisi e la Novaia Gazeta è il giornale con il più triste primato: cinque collaboratori assassinati in pochi anni. Dopo Anna, altre due donne, Natalia Estemirova e Anastasia Baburova hanno perso la vita per le loro inchieste. «C’è una certa titubanza ormai nel seguire l’esempio di Anna e di altri giornalisti coraggiosi. Lo si può comprendere bene considerando il pericolo che si corre, soprattutto quando si parla di Cecenia, diritti umani e democrazia».
Qualcosa sta accadendo, tuttavia, e la regista non ha alcun dubbio riguardo al significato di quella che è stata già definita “la rivoluzione bianca”: «Se solo due mesi fa mi avessero chiesto quanto tempo la Russia avrebbe impiegato ad attuare una sua transizione democratica avrei risposto con grande rassegnazione. Adesso, dopo quello che ho visto accadere in pochi giorni e vissuto in prima persona sono piena di speranza per il mio Paese». Chissà che l’oggetto della sua prossima pellicola non riesca ad essere proprio questo.