L'omicidio di Carlo Giuliani


Coordinate: Genova, venerdì 20 luglio 2001, primo giorno di lavori del G8
Oggetto: Morte del manifestante no global Carlo Giuliani
Titolo e autore della controinchiesta: L’orrore in piazza Alimonda; Pillola Rossa Crew

Luglio 2001
: Genova sotto assedio

È la domenica del 15 luglio 2001, a Genova uno dei giorni più caldi dell’anno. Una postina si inerpica per via Manunzio, lontano dal mare, dietro alla stazione di Brignole. Poco dopo le 10 consegna un pacco al comando dei Carabinieri di San Fruttuoso al carabiniere Stefano Storri, venti anni. Storri apre la busta: c’è una fiammata e una forte esplosione. Il carabiniere cade a terra ustionandosi occhio destro e mano destra. È il primo ferito a lasciare il campo di battaglia del G8 di Genova. 

In via Gobetti, davanti al comando dei Carabinieri, sosta un furgone con targa francese: è sospetto. Arrivano gli artificieri, ma non trovano niente. Intanto su una panchina del Porto Antico, a cento metri dall’ufficio stampa del G8, qualcuno lasciava un sacchetto contenente un falso ordigno. Martedì 17 luglio l’inviato de la Repubblica scrive: “L’assedio di Genova per il G8 è cominciato. Ma è un assedio di natura psicologica, sottile, che rischia di degenerare in psicosi collettiva”.

Tecnicamente il G8, la riunione dei capi dei paesi più industrializzati del mondo, inizia alle 12 di venerdì 20 luglio e si chiude nella mattinata di domenica 22. Nell’arco di queste 48 ore si collezioneranno un morto, 560 feriti, 219 arresti, 25 milioni di danni. I gruppi aderenti al Genoa Social Forum, impegnati a manifestare contro la legittimità del vertice, sono più di 700. All’aeroporto di Genova-Sestri Ponente sono state installate batterie di missili terra-aria per paura di attentati dall’alto. Sono stati sigillati i tombini e bloccato ogni varco tra Zona Rossa (la Fortezza Genova) e zona gialla, ad accesso controllato, con barriere mobili, muri ed inferriate. Solo quattro manifestanti riusciranno a penetrare: saranno bloccati immediatamente. 

La “sospensione dei diritti democratici”: la morte di Carlo Giuliani

È difficile pensare che l’uccisione di Carlo Giuliani sia stata l’estrema conseguenza di un errore logistico delle forze dell’ordine. Venerdì 20 luglio nel primo pomeriggio, dopo una mattinata tutto sommato tranquilla in cui polizia e manifestanti si sono fronteggiati sempre a distanza, 300 carabinieri con blindati, defender e camionette cercano di raggiungere piazza Giusti, dove un gruppo di dimostranti violenti sta assaltando alcuni esercizi commerciali e una banca. Per raggiungere il luogo degli scontri, le forze dell’ordine avrebbero dovuto passare via Tolemaide e attraversare il sottopassaggio ferroviario di via Archimede. Una manovra di aggiramento abbastanza complessa ma con una finalità essenziale: evitare di incrociare il corteo autorizzato delle Tute Bianche. Ma i carabinieri, non conoscendo la città, sbagliano strada posizionandosi di fronte al corteo (preceduto dal gruppo di contatto con giornalisti e parlamentari). Sono le 14.55 quando parte la prima carica della giornata, in risposta ad una sassaiola che però alcuni filmati smentiscono: è l’azione che farà degenerare ogni cosa. Il corteo, trovandosi chiuso, deve retrocedere fino all’incrocio con via Caffa: la via che porta a piazza Alimonda, dove cadrà Carlo Giuliani. Le Tute Bianche sono spaccate dalle cariche e contro cariche con lacrimogeni e blindati. Alle 16 giunge sul posto il contingente di Polizia di Stato guidato dal dirigente Angelo Gaggiano con altri mezzi, per dare manforte ai carabinieri. A questo punto la manovra si fa più “militare” e strategica. Dalle vie laterali iniziano delle cariche di accerchiamento che provocano un deflusso di molti manifestanti in via Caffa. È un deflusso violento: i no global rispondono creando barricate con dei cassonetti (in alcune delle foto compare per la prima volta Carlo Giuliani).
Poco prima delle 17 in piazza Alimonda si trovano il tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Truglio e il vicequestore aggiunto Adriano Lauro: le massime cariche di pubblica sicurezza presenti quel giorno a Genova. Lauro è l’ufficiale che accuserà un manifestante di aver tirato un sasso e causato la morte di Giuliani. Alle 17.15 dalla centrale operativa (per la prima volta) viene dato ordine di attaccare i manifestanti che procedono spingendo i cassonetti. Il vicequestore Lauro chiede al tenente colonnello dei carabinieri Truglio se “se la sentisse, in considerazione del loro notevole numero, di fronteggiare i manifestanti. Questi rispose affermativamente” (cit. deposizione di Lauro in Commissione parlamentare d’inchiesta). Segue una poderosa carica che i manifestanti respingono, costringendo polizia e carabinieri a retrocedere. Il Land Rover defender dei Carabinieri guidato da Filippo Cavataio, 23 anni, con a bordo Mario Placanica, 20 anni, rimane bloccato da un cassonetto rovesciato. Viene attaccato da una quindicina di no global con pietre, bastoni e un estintore. Carlo Giuliani nell’atto di scagliare l’estintore contro la camionetta viene colpito da uno dei due colpi esplosi dalla Beretta 92 di Placanica: sono le 17.27. Giuliani cade a terra in fin di vita. A quel punto il Land Rover ha modo di divincolarsi perché i manifestanti si dileguano. In retromarcia passa sopra Carlo Giuliani, poi lo arrota di nuovo con le ruote posteriori e va via. Le forze dell’ordine riprendono immediatamente il controllo della piazza e circondano il corpo di Giuliani.

Maggio 2003: Placanica stralciato, fu legittima difesa

Mario Placanica e Filippo Cavataio, il carabiniere alla guida del defender, sono stati indagati per omicidio. Il 5 maggio 2003 il procedimento sulla morte di Carlo Giuliani è stato archiviato dal Gup Elena Daloiso accogliendo la richiesta del Pm Silvio Franz, che per Placanica aveva chiesto l’uso legittimo delle armi, e la legittima difesa. “Il materiale di cui si è detto – è scritto nelle 48 pagine dell’ordinanza – ed i lunghi e complessi accertamenti tecnici espletati che non hanno trascurato di prendere in considerazione qualunque ipotesi che consentisse di arrivare ad una ricostruzione dei fatti aderente alla realtà, hanno consentito di raggiungere proprio tale obiettivo e dunque di ritenere provato che il Carabiniere Placanica ha agito in presenza di causa di giustificazione che esclude la punibilità del fatto; e che non vi sono elementi che consentono di ravvisare responsabilità del carabiniere Cavataio nella morte di Carlo Giuliani”.

La controinchiesta di Pillola Rossa

Giuliano Giuliani, padre di Carlo, all’indomani dell’archiviazione di Placanica, ha commentato: “Non chiedevamo la condanna di Placanica, ma che si andasse a un dibattimento. Invece con l’archiviazione ho il sospetto che si voglia nascondere la verità”. È questa la verità che la Crew Pillola rossa, un gruppo che agisce nell’anonimato, ha cercato durante questi anni. Il non luogo a procedere impedisce di fatto il dibattimento delle istanze prodotte dalla parte lesa. Il gruppo, grazie ad alcune perizie svolte autonomamente e alla collaborazione della famiglia Giuliani, ha scritto una serie di articoli d’inchiesta (dapprima per la piattaforma Indymedia) sui fatti del G8. Attraverso un’analisi delle foto, dei video, delle registrazioni, degli atti e dei reperti, Pillola Rossa evidenzia le responsabilità delle alte cariche di pubblica sicurezza presenti quel giorno a piazza Alimonda. Confuta la verità ufficiale del “proiettile deviato dal sasso”, e propone la tesi dell’accanimento delle forze dell’ordine, con l’utilizzo di una pietra, sull’agonizzante Carlo Giuliani. Secondo Pillola Rossa, Giuliani, una volta crollato a terra, sarebbe stato preso a calci e colpito in piena fronte con una pietra: il tutto alla presenza di vicequestori e tenenti-colonnelli. L’archiviazione di Placanica sarebbe funzionale non tanto a salvare l’ormai ex carabiniere di leva, quanto ad evitare che durante il processo si acquisissero prove fondamentali all’accertamento delle responsabilità dei vertici di Carabinieri e Polizia di Stato, in quello che Pillola Rossa chiama “una scelta militare che spazza via ogni principio di legalità”.

  • Fabrizio Aurilia
     

 

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