L'isola (di rifiuti) che c'è


La chiamano l’isola, ma nessuno può approdarvi, né scendervi. Nessun satellite è mai riuscito a rintracciarla e l’unico modo per vederla è trovarsela davanti. Non si tratta dell’ennesima fiction sul mistero e sull’avventura, ma si parla della più grande discarica del mondo.

Era il 1997 quando Charles Moore, dopo una regata da Los Angeles alle Hawaii, di ritorno in California, aveva deciso di attraversare a motore la zona del Nord Pacifico: un vasto tratto di oceano privo di venti. Palloni da calcio, mattoncini del Lego, buste di plastica, filtri di sigarette e quant’altro la società civile e industrializzata produce: Moore cominciò a vedere questi pezzi di plastica galleggiare nel mare. Appena rimpatriato scrisse un articolo: «Sembra incredibile, ma non ho trovato neppure un miglio sgombro. Nella settimana impiegata ad attraversare la piatta subtropicale, a qualunque ora, in qualunque punto, ho visto galleggiare pezzi di plastica».

Questo è l'articolo - comparso poi sulla rivista Natural History - che, nel 2006, capita tra le mani di David Rothschild. Rothschild è un trentaduenne inglese, ecologista, trapiantato in Nuova Zelanda. Qui coltiva un orto di erbe medicinali e alleva vermi per la decomposizione dei propri rifiuti. Già famoso per le sue eco-imprese al Polo Nord, si lascia incuriosire dalle ricerche di Moore e inizia a progettare una nuova missione.

Tra i due esploratori ci sono anni di studi. Quando Moore tornò a casa, infatti, discusse con Curtis Ebbesmeyer, oceanografo di Seattle, e insieme battezzarono l’area attraversata Eastern Garbage Patch. Un monumento galleggiante alla nostra cultura dei rifiuti, la dimora ultima di ogni sacchetto dimenticato, ogni bottiglia scartata e ogni pezzo da imballaggio portato via dal vento. L’isola, secondo le ricerche svolte da Moore e dal suo team dell’Algalita Marine Research Foundation, si è formata a partire dagli anni Cinquanta come somma di due fenomeni: i rifiuti dell’uomo e una corrente oceanica, la Pacific Trash Vortex. Se il fenomeno è naturale, dicono, i resti invece provengono dalle nostre case. Qui, ad un passo dalle coste degli Stati Uniti, convergono 100 milioni di tonnellate di rifiuti per un diametro di oltre 2500 chilometri e una profondità di almeno 30 metri. Due volte il Texas, sei volte la Gran Bretagna, cifre sui cui gli studiosi sono in disaccordo, tranne su un punto: questo blob creato dall’essere umano continua ad aumentare e ora sta iniziando a minacciare anche l’uomo.

È una macchia continuamente nutrita da Giappone, Cina, Messico, Stati Uniti e da tutte le navi di passaggio: la spazzatura finisce nella corrente a vortice e ruota in eterno. Questa acqua densa, praticamente una zuppa di rifiuti che si estende per chilometri e chilometri, è costituita per l’80 per cento da plastica. Le onde sminuzzano resti di bottiglie, suole di scarpe, spazzolini da denti, siringhe e le correnti, infine, convogliano questi rifiuti in ammassi enormi e crescenti di frammenti che, per il 70%, si depositano nel fondo del mare. Secondo l’Unep, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, ci sono 46mila pezzi di plastica galleggianti in ogni miglio quadrato di oceano. Questo perché ora la maggior parte dei rifiuti non è biodegradabile e il suo ostinato rifiuto a decomporsi è incrementato dalla cultura dell’ “usa e getta”.

I granelli di plastica che, nel frattempo, hanno assorbito le sostanze inquinanti come se fosse una spugna, entrano come minuscoli bocconi avvelenati nella catena alimentare. Gli animali, infatti, li scambiano per il cibo. Moore, infatti, fece seguire ai suoi primi ritrovamenti un rapporto: nel Pacifico settentrionale c’è plastica per otto volte in più plastica del plancton. Quando il mare assomiglia sempre più ad un minestrone di immondizia, la natura cala l’asso e si ribella: ancora secondo l’Unep questa sarebbe la causa ogni anno della morte di oltre un milione di uccelli marini e oltre centomila mammiferi marini.

Il fotografo Chris Jordan, lo scorso anno, ha documentato i pasti a base di zuppa plancton-plastica della fauna della zona: nel suo ultimo lavoro Midway, Message from the Gyre ha infatti deciso di documentare il vortice dei rifiuti dal punto di vista degli animali. Ha ritratto cadaveri decomposti di pulcini di albatros, nutriti per errore dai genitori con pezzi di plastica, scambiati fatalmente per cibo. Nel Western and Eastern Garbage Patch, le due zone in cui è suddivisa la pattumiera del Pacifico, si è venuto a creare così una sorta di deserto oceanico in cui la vita è ridotta a pochi survivors.

La massa di rifiuti non è rilevabile attraverso le foto satellitari perché è traslucida e galleggia sotto la superficie del mare. Per questo, per molti, è un’isola che non c’è, oltre che semplicemente un’isola che non dovrebbe esserci. Inoltre è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Qui entra in gioco la nuova Adventure Ecology di Rothschild. Con ventisei persone ha messo in piedi un ambizioso progetto, il Plastiki.

Un catamarano costruito con 12.500 bottiglie di plastica riciclate e riempite di anidride carbonica, per galleggiare, in grado di percorrere 11mila miglia da San Francisco a Sidney, passando ovviamente per l’isola dei rifiuti. Il viaggio è continuamente documentato tramite twitter, flickr, facebook e il blog dello skipper Rothschild. L’equipaggio vanta sei elementi: oltre all’hyppie inglese anche tre addetti ai lavori, tra cui anche il nipote di Heyerdahl dalle cui imprese l’imbarcazione prende il nome, un cameraman e un filmmaker di National Geographic.
 

  • Giulia Dedionigi

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Nell'archivio dell'Algalita Foundation


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