Pianeta fumetto, galassia della cultura giovanile. A darci una panoramica dello stato dell'arte a metà tra parola e disegno è Matteo Stefanelli, ricercatore dell’Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano che concentra i suoi studi sugli intrecci fra comunicazione visiva, pop culture e nuove tecnologie.
Come mai letterati e critici considerano il fumetto un’arte non comparabile alla narrativa o al cinema?
Ci sono due ragioni. La prima ha a che fare con la tradizione delle culture giovanili, di cui il fumetto fa parte, che tendono a essere snobbate e considerate culturalmente meno rilevanti. L’altra si spiega antropologicamente e riguarda esclusivamente l’occidente: in Europa e America, infatti, c’è un’idea diversa del mescolare grafica e disegno. In Italia la tradizione del Corriere dei Piccoli, che per primo ha pubblicato fumetti con le sue caratteristiche didascalie sotto le immagini del signor Bonaventura, ha avuto forti ripercussioni sul concetto di mescolare immagini e parole. E anche nel resto d’Europa il modo di usare segni visivi è diverso rispetto all’Asia, dove il mercato è molto più forte.
Nell’albo di Dylan Dog Mater Morbi il protagonista si trova di fronte alla questione all’eutanasia. Pensa che sia stato un caso o il fumetto pone costantemente questioni sociali non sempre prese in considerazione?
Ci sono molti fumetti che pongono argomenti di discussione. Ed è sempre stato così negli ultimi 15-20 anni: i balloon si sono concentrati di più sul sociale attraverso reportage di guerra, episodi di stretta attualità politica e tematiche sensibili. È di poche settimane fa il numero di Spider-Man in cui Peter Parker viene licenziato dal giornale per cui lavora, riprendendo tante storie americane del tempo della crisi. Da noi è più raro: fumetti come Diabolik, Tex e Topolino tendono a non entrare direttamente su terreni sensibili. Accade più nel fumetto documentaristico che esce nella forma della graphic novel. Il caso per eccellenza è Becco Giallo, editore che affronta tranquillamente tematiche da telegiornale.
La società di oggi come influenza il fumetto e come, se accade, il fumetto influenza la società contemporanea?
In questa fase orfana di memoria collettiva il fumetto si sta ritagliando un nuovo fondamentale ruolo e lo sta facendo con una tale potenza narrativa e metaforica che non se ne può non parlare. In termini di contenuti, sembra che il fumetto sia molto più poroso di altri generi. Ma il fumetto oggi si sta ritagliando un ruolo inedito: tende a fare un doppio lavoro sulla memoria, un lavoro che in parte gli è proprio e in parte no. Da un lato sta lavorando sulla memoria di se stesso, a com’era 100 anni fa, riprendendo modalità e soggetti delle sue origini. Dall’altro, sta recuperando la memoria collettiva. E lo si vede nelle graphic novel autobiografiche, che ponendo al centro un personaggio e la sua vita, raccontano anche la storia del contesto. L’esempio massimo è Persepolis, di Marjane Satrapi, che narra la vita dell’autrice e allo stesso tempo gli ultimi decenni dell’Iran.
Come sta il fumetto oggi, in particolar modo quello italiano?
Siamo in una fase di contrazione generale. In Asia, la crisi ha eroso il 10% del fatturato complessivo. In Europa e negli Usa, dopo dieci anni di crescita, da due anni si assiste a una fase di stagnazione, dopo 10 anni di crescita. In Italia la crescita non c’è stata perché ha perso sull’edicola, senza una crescita nelle vendite in libreria a compensare (cosa che si è verificata oltre oceano). Si riscontrano però due dati positivi: il mercato del fumetto in libreria negli ultimi mesi è in crescita. Un esempio è dato dall’acquisto di Lizard da parte di Rizzoli. Il secondo dato positivo emerge dal boom dei collaterali in edicola, dove vecchie collane del fumetto hanno trovato ampio spazio, tirando su le vendite del settimanale o quotidiano di turno di cui erano allegati.