Un piccolo uomo con una macchina fotografica al collo: si descrive così Livio Senigalliesi, fotoreporter italiano tra i più grandi, che con la sua reflex ha documentato la caduta del muro di Berlino, il conflitto nella ex Jugoslavia, il genocidio in Ruanda, la condizione dei rifugiati e molte altre realtà di guerra e di violazione dei diritti umani.
Nato e cresciuto a Sesto San Giovanni, le prime foto le ha scattate nella periferia milanese. “Vengo da una famiglia operaia – racconta - e all’inizio non avevo neanche i soldi per comprarmi la macchina fotografica. Non ho mai frequentato scuole di fotografia, questo mestiere ho iniziato a farlo un po’ per caso”. Un lavoro, quello di fotogiornalista, che è diventato una profonda passione e una vera e propria ragione di vita: nonostante la crisi che ha investito il settore in questi ultimi anni, Senigalliesi ci crede ancora.
Lei è un fotogiornalista affermato: si sente un modello per coloro che intraprendono questa professione?
No, non mi piace questo termine. Sono un uomo piccolo piccolo, venuto dalla periferia di Milano, e ho iniziato dal basso con molta semplicità, cercando di guardare quello che mi accadeva intorno. I grandi reportage sono venuti molto tempo dopo, ma le storie sono dietro l’angolo di casa. Quello che ho cominciato a raccontare alla fine degli anni Settanta, quando ho iniziato a fare questo mestiere, erano le problematiche sociali della Milano di allora: dagli emarginati agli operai, alle case occupate, alle manifestazioni studentesche. A quei tempi c’era tanto giornalismo impegnato, e io seguivo modelli ben precisi: penso a Carla Cerati, Uliano Lucas, professionisti che mi hanno dato un’impronta fotografica, ma anche un punto di vista, un modo di essere vicino alle persone. Quando scatto una foto non inquadro solo un soggetto da ritrarre, ma qualcuno in cui riconoscermi.
Parlando dei suoi lavori, si potrebbe affermare che la caduta del muro di Berlino sia l’evento che ha “inaugurato” la sua carriera da fotoreporter? Perché?
La caduta del muro di Berlino è stato il primo grande evento di portata mondiale che ho seguito professionalmente e che mi ha segnato in maniera indissolubile. Essere dentro a una storia così grande ti cambia la vita, anche per la responsabilità di raccontare un avvenimento importante e pieno di sfaccettature, sia nel presente sia nel suo sviluppo temporale. A livello professionale, il mio lavoro ha subito un salto di qualità: ho vissuto un anno a Berlino e quindi ho avuto l’opportunità di testimoniare quotidianamente un mondo che stava cambiando.
Da anni ormai le testate non assumono fotoreporter interni e i freelance sono costretti ad autofinanziarsi.
Sta nascendo una nuova generazione di fotogiornalisti legata all’uso del digitale, che padroneggia linguaggi nuovi: non più solo la macchina fotografica, ma anche piccoli video veicolati poi su internet. Non è vero che questo mestiere è morto, anzi, ha ancora più motivo di esistere. Quello che manca è un supporto vero da parte delle testate. Quando negli anni Settanta ho cominciato io, c’erano staff di fotogiornalisti quasi in ogni giornale, poi le testate hanno iniziato a dare sempre più importanza alle agenzie fotografiche, che fornivano un’ampia gamma di servizi. Gli editori hanno iniziato a considerare i fotoreporter un costo che poteva essere evitato, e quando sono andati in pensione, i miei vecchi colleghi non sono stati rimpiazzati da nuovi assunti. Da lì le agenzie hanno cominciato a dominare il mercato, grazie a costi bassissimi che hanno abbattuto la concorrenza. Oggi non c’è stimolo a produrre servizi fotografici, le difficoltà sono enormi: con le nuove tecnologie i costi di gestione sono diminuiti, si corre, si manda a scattare ma alla fine si pubblica poco. Quanto ai freelance, il fatto che siano costretti ad autofinanziarsi non è certo un bel modo di porsi professionalmente. Devono essere pagati, come qualsiasi altro lavoratore. Qua invece siamo al mercato più bieco, il fotogiornalismo è diventato un mestiere per ricchi, dove la base economica è fondamentale.
Che rapporto ha con le agenzie fotografiche?
Non ho mai ricevuto proposte di assunzione, ho sempre lavorato come freelance. Le agenzie ti tengono in scacco, propongono i tuoi lavori solo se ritengono che siano appetibili. Non ho mai visto fotografi diventare ricchi perché le loro foto erano ben distribuite, anzi, alcuni ne sono usciti perché insoddisfatti di come erano trattati i loro lavori. Far parte di un’agenzia costituisce per molti una necessità, ma per quanto mi riguarda non sono altro che venditori di immagini. Tendono a produrre solo ciò che chiede il mercato, non certo le grandi inchieste. Queste rimangono una cosa per pochi, che oltretutto vivono in una mediocrità economica e di idee perché non c’è nessuno che li supporta. Oggi sono le ong o le agenzie dell’Onu a finanziare alcuni progetti, soprattutto servizi di denuncia sulla fame nel mondo o sulle vittime di guerra.
Dal canto mio cerco di andare avanti per la mia strada basandomi su storie particolari, sugli approfondimenti, e di essere fedele a me stesso. Seguo due grandi progetti che mi appassionano profondamente: da una parte la documentazione dei conflitti in corso e le conseguenze della guerra sulla gente comune, dall’altra la condizione di clandestini, rifugiati, immigrati che hanno il permesso di soggiorno ma incontrano grosse difficoltà a inserirsi nel nostro tessuto sociale. Sono racconti pieni di luci e ombre, ma ci sono anche le belle storie di quelli che ce l’hanno fatta. Cerco di fare un giornalismo con la schiena dritta, ma ne pago le conseguenze perché oggi il mercato chiede altro.
Il fotogiornalismo oggi non ha più come unici destinatari i giornali, ma è al centro di eventi come mostre e rassegne. Anche lei si sta muovendo in questa direzione. Ultimamente mi sono reso conto che per chi intraprende questo mestiere è importante tenere dei workshop. Per tanti anni ho corso cavalcando i fulmini: producevo tantissimo ed ero sempre in movimento, sia in Italia sia all’estero. Adesso mi sono reso conto che è fondamentale trasmettere la propria esperienza professionale, accumulata in tanti anni di carriera, a giovani o persone che si avvicinano a questo mondo. In tanti mi scrivono per avere dei consigli, molti vengono alle mie mostre, altri ancora mi chiedono di tenere dei workshop con le mie foto della guerra nella ex Jugoslavia. Dieci anni di lavoro in quelle zone, infatti, hanno prodotto una documentazione che è diventata memoria storica. Il contatto diretto con le persone dà un senso a tutto quello che ho fatto: racconto loro la testimonianza diretta di uno che c’era, non solo con le immagini, ma anche con la mia esperienza di uomo.
Sottolinea spesso la necessità di approfondire e di “tornare sui luoghi”. Sembra che nel suo caso la fotografia abbia più valore come memoria storica che come testimonianza dell’evento in presa diretta.
La fotografia è un documento dal quale partire per analisi più profonde, serve a trasmettere esperienze e non è mai fine a se stessa. Faccio questo mestiere perché amo la storia più della fotografia, mi appassionano le persone che vivono una certa condizione, e uso la macchina fotografica per raccontarla. Dell’estetica fine a se stessa non m’importa nulla, non ho il gusto del click: mi interessano le storie della gente e il mio rapporto con loro. Ritornare negli stessi luoghi poi è importantissimo, perché si può vedere cos’è successo nel tempo e ricavarne una prospettiva storica. Sono l’approfondimento e la costanza dell’impegno a dare un respiro più ampio e un peso maggiore a tutto il mio lavoro. In questo senso, la formazione culturale per me resta essenziale. Non basta fare delle belle fotografie: i grandi progetti che hanno fatto la storia del fotogiornalismo vengono da un approccio alto, di analisi delle cose e delle persone.
Nel 2006 ha realizzato un reportage in Vietnam e denunciato gli effetti devastanti dell’Agent Orange a trent’anni dal conflitto con gli Stati Uniti. Ha mai avuto esitazioni sul fatto di pubblicare immagini così crude?
No. Si tratta di una realtà terribile, che va documentata fino in fondo. Quelle sull’Agent Orange sono foto che è doveroso fare e che sarebbe doveroso vedere per rendersi conto della portata delle guerre sulla popolazione civile dopo tanti anni. Come professionisti, abbiamo l’onere di creare una documentazione che sarà la memoria dei nostri figli: sulle vittime dell’Agent Orange nessuno potrà dire «non sapevo». Per fare questo lavoro ci vuole un profondo impegno anche di carattere civile: bisogna andare, tornare, documentare. A dispetto di tutti gli ostacoli, l’importante è continuare a farlo.