Le scuole italiane all'estero


I genitori emigrano: chi perchè deve, chi perchè vuole. I figli li seguono: loro non hanno scelta. E' così oggi per gli stranieri che arrivano in Italia, era così cinquant'anni fa per gli italiani che andavano a cercar fortuna all'estero. Per tutti il rischio è sempre lo stesso: l'isolamento culturale. Che si scontra con il desiderio di mantenere le proprie radici, di non far perdere ai propri figli i legami con la cultura nazionale della famiglia.

Per gli italiani il problema si aprì negli anni dell’emigrazione oltralpe, oltreoceano e verso l’africa settentrionale. Gli anni di Enrico Mattei e delle valigie di cartone, degli sciuscià e delle file ad Ellis Island, delle miniere belga e delle falegnamerie di Melbourne. Fu a quell'epoca che nacquero le prime scuole italiane all’estero. Statali prima e private poi raccoglievano i figli dei lavoratori emigrati. Nel corso degli anni la necessità è diventata invece quella di mantenere il legame di una comunità lontana da casa con le sue radici, almeno quelle linguistiche. Ed infine quella di soddisfare il crescente desiderio di ragazzi stranieri di apprendere la nostra lingua e la relativa cultura in maniera intensiva: nel 2004 dei 30.995 iscritti alle scuole italiane all’estero solo 5.715 erano italiani.

Oggi esistono nel mondo solo 8 scuole italiane interamente statali, che funzionano come strutture nazionali trasferite in toto in terra straniera, corpo docente e programmi compresi. Il Ministero degli Affari Esteri, da cui le istituzioni scolastiche oltre confine dipendono, ha preferito superare questo modello ormai anacronistico con strutture paritarie, bilingue, in cui l’offerta formativa italiana viene adattata alle peculiarità del contesto locale. Gli insegnanti sono per la maggior parte italiani, per i programmi si fa un po' un po' tra i corsi "italiani" e quelli locali, ma non esistono formule. Nei licei paritari, a maggioranza di indirizzo scientifico, le lezioni delle materie umanistiche (come storia, filosofia e geografia) sono tenute spesso in lingua italiana con programmi corrispondenti a quelli svolti nelle nostre classi ed un occhio di riguardo al Paese ospitante. Così il ragazzo che frequenta una scuola italiana a Parigi studierà la letteratura e la storia del nostro Paese ma conoscerà anche quelle francesi.

La regolamentazione sui piani di studio però rimane vaga. Un decreto ministeriale del 2002 stabilisce infatti l’autonomia delle istituzioni scolastiche, perché l’attuazione dei progetti didattici possa variare a seconda delle caratteristiche culturali e storiche del Paese ospitante e garantire il pluralismo culturale. Spesso i programmi vengono adattati anche su esplicita richiesta del governo locale. Per il riconoscimento dei titoli di studio sono infatti stati siglati nel corso degli anni accordi governativi bilaterali e multilaterali.

Poiché i titoli di studio delle scuole, però, devono essere validi sia in loco che in Italia, i piani di studio devono risultare conformi anche alle linee guida decise dal ministero della Pubblica Istruzione. Il Ministero italiano, però, indica alle istituzioni le materie propedeutiche al conseguimento dei titoli, ma non il monte ore corrispondente. In futuro qualcosa però potrebbe cambiare. È attualmente allo studio del Ministero una regolamentazione che comprenda l’attuazione della riforma scolastica che entrerà a breve in vigore in Italia. Il modello verso cui si tende è quello di una scuola multiculturale, che permetta da un lato l’istruzione “all’italiana” e dall’altro risulti inserita in un contesto culturale ormai mondiale, evitando l’isolazionismo e favorendo l’integrazione.

  • di Valentina Fizzotti


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