Lina Ben Mhenni è una di quelle che le storie le vanno a cercare in strada, ma soprattutto è una blogger tunisina che la rivolta la racconta da dentro. «I rischi ci sono – spiega - ma fanno parte delle regole del gioco. Ero in mezzo agli scontri quando ho scoperto che le milizie del partito dell’ex presidente Ben Ali offrivano soldi e alcol alla gente perché aggredisse i manifestanti. Ho rischiato di essere malmenata anch’io mentre me lo facevo raccontare». Assistente di linguistica nella facoltà di Scienze umane e sociali dell’Università di Tunisi, Lina ha studiato e insegnato anche negli Stati Uniti. È giovane e minuta Lina, ma ha tutta l’aria di un caterpillar.
Quella dei tentativi di corruzione dei controrivoluzionari è solo una delle storie che la 27enne di Tunisi ha scritto sul suo blog, A Tunisian Girl, online dal 2007 ma censurato per due anni, insieme a molti altri e a Facebook. «Hanno revocato la censura un giorno prima che Ben Ali fosse destituito: un gesto che mirava a placare in extremis la rabbia del popolo virtuale, ma non ha raggiunto il suo scopo», spiega. «Comunque – continua Lina a nome della comunità dei bloggers – non ci siamo mai arresi. Diffondevamo via web i programmi per aggirarla. Purtroppo non tutti erano capaci a usarli». Guai a tirarsi indietro.
Perché il governo ha censurato A Tunisian girl?
Ho scoperto di essere stata censurata a due settimane dal mio arrivo negli Stati Uniti, dove tenevo corsi di giornalismo e sociologia. Era il 2008. Le spiegazioni non me le hanno mai date, a me come agli altri blogger. Buio e basta. Probabilmente pensano che le mie idee siano pericolose. Sarà per questo che non si sono limitati a oscurarmi ma sono entrati in casa dei miei genitori, hanno perquisito la mia stanza e mi hanno sequestrato il computer e i dvd.
Com’è nato il blog?
Sono sempre stata curiosa, leggo molto sin da piccola. Un giorno scoprii i blog e decisi che ne avrei aperto uno mio per raccontare con quella stessa curiosità ciò che succedeva intorno a me. All’inizio scrivevo di arte, cultura, letteratura e soprattutto questioni sociali. Nel 2008 sono iniziate le campagne contro la censura e ho iniziato a seguire le questoni inerenti i diritti umani quando sono scoppiate le proteste degli studenti, organizzati nella General Union of Student of Tunisia, picchiati e arrestati con frequenza dalla polizia. Erano le avvisaglie della rivoluzione che stiamo vivendo ora.
Come si fa a raccontare un Paese in rivolta?
Il problema più grande è camminare per strada con le orecchie tese. Bisogna captare le storie, trovare chi ha voglia di raccontarle pur nella sommossa e poi verificarle, perché non si può non essere sicuri di ciò che si pubblica. È un lavoro che spetterebbe ai media ufficiali, che stanno però con il governo, sono influenzati e non obiettivi. L’unica speranza per un’informazione completa sono i blog e il citizen journalism, quello fatto dal basso. I rischi sono tanti, ma sono le regole del gioco.
Non bisogna dimenticare, poi, che la protesta è strumentalizzata dai partiti A fare la rivoluzione sono stati giovani e cyber activists, gli attivisti del web, e la politica è arrivata dopo. Ma ora partiti e sindacati se ne appropriano.
Così, tra bloggers, vi alleate.
Siamo in tanti, ci conosciamo e ci teniamo in contatto. Non solo per darci supporto e scambiarci opinioni, ma anche per organizzare meeting, campagne contro la violenza, contro la censura o per i diritti delle donne, che tanto si stanno prodigando per la rivoluzione ma non godono ancora di pari opportunità. Il 22 gennaio abbiamo organizzato una veglia per le vittime della protesta. Si sono radunate migliaia di persone, siamo stati insieme in silenzio per due ore, un silenzio prolisso lo definirei. È stato emozionante.
Dopo la caduta di Ben Ali quale fase sta attraversando la protesta?
Siamo in un momento delicato. Da una parte ci sono i rivoluzionari, quelli che hanno scalzato il presidente e ora attendono col fiato sospeso le mosse del nuovo governo, sperando nella conquista dei diritti per cui hanno lottato. Dall’altra c’è la controrivoluzione di chi ha perso il potere e prova a riprenderselo. Sono coloro che puntano a cancellare tutto e riportare le cose allo stato precedente la rivolta. Sarebbe un errore sottovalutarli, occorre combatterli. Il mio ruolo di blogger è quello di scriverlo, semplicemente scriverlo, perché tutti se ne accorgano.