Laith Mustaq: «Ho visto le teste mozzate di Falluja»


Cameraman di Al Jazeera, Laith Mushtaq è stato uno dei giornalisti non embedded presente a Fallujah per tutta la durata dell’assedio. Nel 2004 il primo assalto americano alla roccaforte simbolo della resistenza irachena. Nella cittadina sunnita ad ovest di Baghdad l’offensiva scattò pochi giorni dopo che quattro soldati americani, al soldo della milizia privata Blackwater, furono assassinati. Un bilancio disastroso, in sole due settimane di guerra: trenta marines uccisi dalla resistenza locale, 600 iracheni morti ed oltre mille feriti. Laith è stato testimone della morte dei civili. Uno dei pochi fotoreporter presenti, per Al Jazeera, sul luogo dell’assedio.

Laith, qual’è il ruolo del fotoreporter di guerra?

Registrare filmati che servano da documento da qui a 50 anni. Per la memoria dei popoli. Ma anche ottenere prove che possano essere utilizzate in tribunale contro chi ha computo crimini di guerra. Il segreto è uno solo: quando porti con te la telecamera non sei né ebreo né iracheno, ma solo un giornalista cui interessa tutelare l’aspetto umano delle cose. Questo dovrebbe essere il nostro compito di operatori dell’informazione: viaggiare per il mondo e costruire speranza laddove c’è solo angoscia. E farlo solo attraverso la forza delle immagini che giriamo. 

A volte sono immagini molto forti, come quelle che hai girato a Fallujah.

Quando ho lavorato a Falluja, sapevo che avrei operato in una situazione difficile. Nella parte centrale e a Sud dell’Iraq è talmente pericoloso occuparsi di fotoreporting che, dopo aver lavorato lì, è quasi rilassante andare in missione in Afghanistan. È vero, sono immagini forti quelle che giriamo. Ma voi spettatori avete la possibilità di cambiare canale se le immagini vi disgustano.  Io, invece, quando nel 2004 mi trovavo a Falluja, ero di fronte a quell’orrore e non potevo cambiare scenario: sentivo voci disperate e odore di morte. Come quando viene eseguita la pena capitale: le teste mozzate emanano un liquido dall’odore disgustoso. Ne sono rimasto talmente impressionato e quelle immagini sono rimaste così profondamente impresse in me che, anche tornato a casa, ho avuto serie difficoltà a mangiare, per diversi giorni. 

Oltre alle immagini di orrore, che ricordi hai della presenza militare americana nel tuo Paese?

Quando ero a Fallujah, e lavoravo come cameraman, mi capitò di parlare con un maggiore dell’esercito americano. Andammo insieme al Burger King e gli raccontai la mia esperienza di  soldato in Kuwait. Gli confessai che rifiutai di sparare. Vidi la commozione nei suoi occhi, e lui mi mostrò le foto della sua famiglia: lì compresi che eravamo uguali. A prescindere dalla guerra che ci voleva diversi, estranei, distanti. 

Fotogiornalisti e giornalisti: quali differenze?

Per noi non si tratta solo di indossare una bella giacca e cravatta. Noi fotogiornalisti paghiamo un prezzo diverso per esercitare la nostra professione. Tutto quello che vedete condensato in un minuto di servizio televisivo, è costato il sangue di molte persone ma è frutto anche del sangue freddo di chi, come noi, registra tutto. I fotogiornalisti non hanno il limite della censura, nella misura in cui, trovandoti in un teatro di guerra, ritieni necessario documentare ciò che vedi, in modo fedele e integrale. 

Da quali pericoli deve tutelarsi un fotogiornalista?

Ho trascorso alcuni anni in Ciad, in Niger, in Somalia. Lì ho appreso che in Africa un fotogiornalista può essere ucciso per caso perché può essere attaccato dalle tribù del deserto oppure perché può finirgli l’acqua della borraccia. Ma le incognite del deserto sono molteplici: quando ho realizzato alcuni servizi sui tuaregh, sono rimasto sconvolto dalla personalità dei bambini che stavano di guardia ai check point: erano tutti drogati e imbracciavano kalashnikov con la stessa disinvoltura con cui avrebbero potuto tenere in mano un pupazzetto. 

E nel rapporto con le popolazioni locali è facile non riuscire a intendersi?

Problemi di comunicazione innanzitutto. Prima di intraprendere un viaggio è importante comprendere la cultura del popolo che andrai a visitare. Non è una cosa così immediata. Ad esempio, i soldati americani non ci riuscirono a Fallujah con gli iracheni. Nel 2003 la città fu coinvolta nella seconda guerra del Golfo, durante la quale fu danneggiata più della metà degli edifici e circa 60 moschee cittadine. Il 28 aprile del 2003 una cinquantina di persone hanno chiesto ai soldati americani di uscire dalla zona residenziale della città. Non avevano alcuna intenzione di cacciarli, ma un soldato americano ha visto alcuni iracheni dirigersi verso la base e non ha esitato a uccidere dodici civili: è stato l’inizio di tutto. 

La tragedia ti ha colpito molto da vicino.

Mia sorella è morta il 28 marzo del 2003, uccisa da un missile americano caduto sulla nostra casa. Aveva soltanto 20 anni e di lei è rimasto soltanto un corpo in una busta di plastica. Mio fratello, invece, è rimasto ucciso a Kerbala, una città dell'Iraq a 100 km a Sud-Ovest di Baghdad, durante uno scontro con gli americani.  

Hai mai avuto paura di morire?

Non ti accorgi nemmeno di vivere, quando sei in quelle zone lì. Lavori con la telecamera, e la telecamera è un prolungamento del tuo braccio, e tu non puoi permetterti il lusso di pensare all’orrore che ti circonda. Devi resistere alla pressione dell’orrore intorno, altrimenti sei finito. Ho sentito diverse volte il fischio dei proiettili aggredire il mio corpo senza finirlo: sono stato così spesso vicino alla morte che non riesco più a distinguerne il limite. Ecco, sì, anche questo vuol dire lavorare come fotoreporter. Vuol dire essere pronti a reggere la pressione richiesta; vuol dire portare fino in fondo la propria missione senza pensare al resto.

Quale missione, Laith?

La nostra è mostrare alla gente il vero volto della guerra. È far capire che, tra esseri umani che si uccidono, non possono esserci mai né vincitori né vinti. La guerra è una partita persa per tutti.

  •   Giuditta Avellina

     


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