La "terra dell’accoglienza" secondo Enzo Barnabà


«La Costa d’Avorio è sempre stata un’eccezione fra i Paesi africani, esente da turbamenti gravi come il Ruanda». Così Enzo Barnabà, scrittore, francesista, autore di due libri dedicati alla Costa d’Avorio, conosce bene la società e la cultura del Paese che si appresta ad eleggere il futuro presidente. Il 28 novembre prossimo. Oltre all’assetto politico, con queste elezioni la Costa d’Avorio sta giocando una carta importante per il proprio sviluppo, dopo la guerra civile del 2002.

«La guerra civile che ha scosso il Paese si appoggiava su due divisioni: quella tra Sud e Nord e quella, latente, tra cristiani e musulmani. La “nazione” Costa d’Avorio è artificiale, come tutti i confini dell’Africa: più di quattro etnie completamente diverse sono state separate dalle attuali frontiere: a oriente il confine col Ghana divide l’etnia degli Apolloniens, a Nord i Kulangò e così a Ovest. L’etnia più numerosa è quella degli Akan, residente nella regione della Capitale, e divisa a sua volta fra diverse etnie come i Baoulé, gli Agni e altre. Houphouët, il padre della patria, ha avuto la capacità di far convivere le differenti matrici etniche del Paese, aiutato anche da una congiuntura economica favorevole. Egli resse una politica di vera integrazione: gli immigrati, che in Costa d’Avorio provengono soprattutto dal Burkina Faso, erano trattati con uguaglianza. Subito dopo la morte di Houphouët nel 1993, il Paese entrò in una profonda crisi a causa della svalutazione della moneta. La Banca di Francia svalutò il franco Cfa del 100%, per favorire l’esportazione dai Paesi dell’Africa francofona, e quindi sostenerne lo sviluppo. Gli ivoriani si trovarono però, così, con la metà del potere d’acquisto. Se la situazione in Costa d’Avorio resse, grazie all’esportazione dei proventi da agricoltura, in altri Paesi, come il confinante Burkina Faso, fu un vero e proprio collasso economico. Gli immigrati Burkinabé divennero così facilmente il capro espiatorio delle tensioni dovute alla crisi in Costa d’Avorio. Un milione di Burkinabé fu costretto a un esodo di massa in un clima di agghiacciante xenofobia. Molti di loro erano ivoriani a tutti gli effetti, residenti in Costa d’Avorio da decenni, parlavano con accento ivoriano, ma sul passaporto la nazionalità Burkinabé li costringeva allo sfollamento». 

L’accoglienza, in Costa d’Avorio, è uno dei cavalli di battaglia di queste elezioni?
«L’inno nazionale della Costa d’Avorio recita “terre d’accueil”, dolce Paese. Era un’ipocrisia dolorosa negli anni ’90, ed oggi è la posta in gioco per ridare forza al Paese. Ricucire il tessuto di una nazione d’accoglienza deve essere l’obiettivo di entrambi i candidati. Ouattara, uno dei due candidati al ballottaggio, si dichiara erede diretto della politica di Houphouët, mentre Gbagbo è il suo storico oppositore. Ouattara stesso è stato in esilio dalla Costa d’Avorio per le accuse sulla sua nazionalità, ed è quindi vocato, forse, a garantire un messaggio di integrazione». 

Ma l’indipendenza, in questo Paese, è stata un volano per lo sviluppo?
«Houphouët non la voleva. Era un borghese, appartenente a una precisa classe politica. Il suo obiettivo era riuscire a equiparare il trattamento dei landeur (proprietari terrieri) bianchi, francesi, a quello dei neri. Negli anni ’50 raggiunse il suo obiettivo. Da allora dimostrò una continua reticenza a unirsi agli altri Paesi che si staccavano dalla Madre Patria. Arrivò a farsi convocare dallo stesso De Gaulle che gli impose di fatto l’indipendenza. Questo la dice lunga sulla politica che da allora Houphouët praticò nel suo Paese: una delle sue massime più note era:“se hai bisogno dell’ape le devi dare il miele”. Un mio amico francese, che vive in Costa d’Avorio da sempre, mi ha detto di non essersi neanche accorto del passaggio all’indipendenza. Gbagbo ha fatto qualche tentativo di scostarsi da questa politica di continuità totale col colonialismo francese: il 14 luglio scorso si è tenuta la tradizionale parata agli Champs Elisées, e l’Africa francofona era protagonista: mancava solo Gbagbo. L’ingerenza francese, comunque, in economia come in politica, è molto forte. C’è il rischio che la Francia diventi il capro espiatorio della tensione. Recentemente si è verificato un upraising di giovani patrioti, che hanno dato avvio a diversi atti di aggressione nei confronti dei bianchi; ma la Costa d’Avorio resta un Paese di contraddizioni: c’è ancora un esercito francese, che ha anche avuto un ruolo di pacificazione importante durante la guerra civile, e un esercito nazionale». 

Per la Costa d’Avorio si parla di conflitto etnico, non religioso. Perché?
«Houphouët ha diretto il Paese con molto pragmatismo, e con un paternalismo borghese radicato. La sua politica di rispetto interreligioso si è radicata nella cultura del Paese: nel suo villaggio natale egli fece costuire un’enorme cattedrale nel deserto (si dice che la sua cupola sia più grande di San Pietro); di fianco, però, fece erigere una moschea altrettanto grande. Il pluralismo religioso imposto da Houphouët è rimasto negli anni una cifra importante dell’assetto sociale della Costa d’Avorio. Anche i missionari, delle diverse fedi, hanno sempre fatto quadrato per difendere il rispetto reciproco fra religioni. Gbagbo, anche nei momenti più torbidi, non vi ha mai calcato la mano. Egli stesso divorziò dalla prima moglie, una cattolica decisamente fanatica, per sposare una donna più mite». 

Il conflitto etnico quanto ha cambiato il volto del Paese?
«La Costa d’Avorio è sempre stata un’eccezione fra i Paesi africani, esente da turbamenti gravi come il Ruanda. Alla fine degli anni ’90, però, emerse il concetto di ivorité, come recupero del patrimonio nazionale. Poteva essere anche una buona idea, una spinta al patriottismo, ma si è rivelata da subito un arma pericolosa, che ha spaccato il Paese. Bernard Binlin Dadié, il “Silvio Pellico” della Costa d’Avorio, un intellettuale molto noto, che aveva lottato per l’indipendenza del suo Paese, è recentemente caduto in contraddizione proprio a causa di questo concetto di Ivorité. Dadié è considerato un padre dell’indipendenza della Costa d’Avorio. Quando i poliziotti andarono ad arrestarlo, e cercarono nella perquisizione di casa sua delle armi, egli estrasse una penna, dicendo “Questa è la mia sola arma”. Dalla prigione scrisse dei Carnet des Prisons, che divennero la bibbia dei moti indipendentisti. È venuto anche in Italia, dove ha girato un film che non è mai uscito dagli archivi, L’Italia vista da un africano. Insomma, è un intellettuale molto aperto, intraprendente; lui, padre dell’indipendenza del Paese, l’autore dei testi su cui gli ivoriani hanno imparato il francese, la cultura, l’uguaglianza, è caduto nella trappola dell’ivorité come concetto di razza, che ora sostiene apertamente. Oggi, la xenofobia è cresciuta, e Gbagbo ha permesso che fosse così; vi ha anche un po’ giocato, sull’odio contro i burkinabé, perché Soro, il suo avversario politico, era appoggiato, - così si diceva - dal governo francese e dall’amministrazione del Burkina Faso. Nel Sud della Costa d’Avorio, la regione controllata da Gbagbo, i burkinabé sono considerati nemici, e gli abitanti del Nord del Paese, nonostante siano ivoriani, sono considerati burkinabé. In realtà tra il Sud del Burkina Faso e il Nord della Costa d’Avorio non c’è nessuna differenza etnica: i confini rispecchiano solo gli interessi dei proprietari terrieri durante il colonialismo. Nonostante tutto, la divisione fra Nord e Sud del Paese è ancora molto forte». 

Fra Nord e Sud esistono anche differenze a livello di sviluppo?
«No, non vi sono differenze in termini di sviluppo, ma esistono due linee di sviluppo molto diverse: nel Nord sono concentrate la maggior parte delle imprese del Paese, mentre a Sud l’impiego è soprattutto nell’agricoltura e nell’amministrazione. Gli abitanti del Nord accusano quelli del Sud di non avere mentalità imprenditoriale: tutti i trasporti, le banche, sono in mano al Nord. Tipicamente sono i figli del Nord a viaggiare nelle università di tutto il mondo, e a formarsi come dirigenti in Inghilterra, Svizzera, Francia. Gli abitanti del Nord sono riusciti tra l’altro a imporre la loro lingua in tutto il Paese: lo Zulat è la seconda lingua della Costa d’Avorio, la lingua “ufficiosa” dei commerci, patrimonio dei Bambarat (etnia del Nord impiegata soprattutto nel commercio). La Costa d’Avorio conta 66 lingue: lo Zulat è l’unica, a parte il francese, che tutti capiscono e sanno in qualche modo parlare». 

Queste differenze vengono mantenute anche nella migrazione?
«Tendenzialmente sì. In una cosa sono certamente uniti: le rimesse verso il paese d’origine che sono anche la risorsa economica principale della Costa D’avorio. Di solito si tratta di fondi che garantiscono una esigue sopravvivenza familiare. Ma ci sono delle eccezioni: ho conosciuto un camionista, ivoriano, che da anni lavora in Italia, e che con i suoi risparmi ha aperto un hotel in un luogo in cui ve n’era bisogno. Adesso l’hotel funziona più che bene». 

  • Francesca Sironi

 


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