La sofferenza dei primi giorni dentro


Passare trent'anni, due mesi o una vita in galera per saldare il debito verso la società è ritenuto dai reclusi una pena ingiusta e insopportabile. Il disagio dei primi giorni da detenuto è fortissimo. Ritrovarsi in un ambiente freddo e sgradevole, con nuove compagnie mette a dura prova la tenuta mentale del detenuto.

«I casi di autolesionismo o i primi segni di istinti suicidi - racconta nell’anonimato uno psichiatra che lavora in un penitenziario lombardo - sono molto più frequenti durante i primi giorni di detenzione, spesso non basta avere la forza mentale. Per il detenuto è traumatizzante vedere andare via i parenti dopo una visita».

Il disagio mentale è il risultato di una diversa combinazione di fattori: la scarsa fiducia verso la possibilità di un reale reinserimento nella società, la bassa considerazione dell’assistenza medica ricevuta in carcere, la promiscuità con gli altri, detenuti, il contrasto con i secondini e con gli uomini della vigilanza, il rigetto per il modo di vivere scandito dagli orari di un penitenziario, l’irritazione per poter uscire dalla cella solo un paio d’ore a settimana.

«A San Vittore già nel 1987 - dice Luigi Pagano, provveditore per le carceri lombarde ed ex direttore del carcere di San Vittore - ci fu il primo presidio psicologico sanitario operativo 24 ore al giorno. Queste misure servono proprio per sostenere il detenuto che deve affrontare la sua nuova condizione di privazione della libertà. Per evitare le tendenze suicide dei detenuti in questo senso si muove anche il progetto Dars (Detenuti a rischio suicidale), finanziato dalla Regione ed attivo dal 2004 negli istituti penitenziari di San Vittore, Opera, Pavia, Monza, Como, Busto Arsizio e Bergamo dopo che il servizio era stato effettuato nelle sedi di sperimentazione, selezionate in ragione del numero delle condotte autolesionistiche e dei suicidi che si sono verificati negli istituti lombardi dal 2002 al 2004».

Secondo Pagano, attraverso l’azione strutturata di esperti psicologi e criminologi, e con la promozione di interventi interprofessionali, si possono contrastare i soggetti sottoposti a situazioni di estrema criticità. Atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e suicidi, stati depressivi e tendenze antisociali sono conseguenze prodotte dall’interazione con l’impatto carcerario. Così, l’ausilio di risorse specifiche, come psicologi e criminologi, mediatori culturali, educatori, sanitari e volontari, compagni di detenzione e guardie penitenziari può aiutare i detenuti particolarmente depressi. Il monitoraggio di questi soggetti dovrebbe essere costante e individualizzato, e ogni detenuto dovrebbe essere aiutato anche con un incentivo psicologico, rappresentato dalla concreta possibilità di reinserirsi nel mondo che sta fuori dal penitenziario.

«Il carcere è un luogo così serrato e blindato - spiega Costanza, detenuta a San Vittore - è difficile evaderne anche solo col pensiero. In questi luoghi il tempo è dilatato, infinito, sembra quasi non avere unità di misura. Per capire cosa voglia dire bisognerebbe provare a vivere in una stanza per ventidue ore al giorno e uscire per due ore. Si comincia a sentire un sottile malessere che attraversa il corpo, rende più faticoso camminare, leggere, respirare e pensare. Il carcere è come tale una malattia».

  • di Roberto Dupplicato
     

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