La scuola Rinascita al Giambellino


«Spazziamo il campo dai luoghi comuni, non siamo una scuola ideologica: Rinascita è una scuola statale». Statale e sperimentale, dal 1958 l’Istituto non ha mai smesso di promuovere nuove modalità didattiche. Tempo pieno, programmazione, organi collegiali e integrazione degli alunni diversamente abili a Rinascita sono in vigore da quasi sessant’anni e sono l'orgolio del preside Pietro Calascibetta.

Basta entrare nell’edificio di via Carrera, zona Giambellino, per capire che in questa scuola l’atmosfera è diversa. I professori si fanno chiamare per nome, gli studenti si confrontano in assemblee e i genitori sono parte attiva delle commissioni educative dell’Istituto. Nel dopoguerra l’Anpi cercò di dare istruzione professionale e culturale ai giovani che non avevano potuto studiare a causa del conflitto. Così, Rinascita è nata nel 1945 come Convitto della Rinascita. Nel 1974 il Ministero dell’Istruzione ne ha riconosciuto l’esperienza e il ruolo innovativo dandole lo statuto di Istituzione Sperimentale, confermato e ampliato nel '99 con il ruolo di risorsa per le scuole e di supporto ai processi di riforma in atto.

«La nostra è una scuola eclettica – continua il preside Calascibetta - non abbiamo sposato un modello pedagogico definito perché sperimentiamo di continuo le pratiche didattiche che meglio educano e istruiscono gli studenti». E così le famiglie son ben contente di mandare qui i propri figli. 

«Ho mandato i miei figli a Rinascita perché in questa scuola gli alunni non sono sacchi da riempire di nozioni», dice Dario Dagnolo, genitore e Presidente del Consiglio di Istituto. «La scuola è luogo di crescita individuale, i ragazzi non subiscono le lezioni ma, al contrario, sperimentano se stessi con un approccio interattivo alle spiegazioni. La preparazione culturale che si acquisisce a Rinascita è buona e, soprattutto, i ragazzi apprendono un metodo di studio».

Di strumenti utili per affrontare le scuole superiori parla anche Cora Ranci, licenza media a Rinascita nel 1998- 1999: «Arrivata al Liceo ho scontato alcune carenze didattiche, ad esempio non sapevo fare l’analisi logica. Ma l’elasticità mentale che avevo sviluppato a Rinascita mi ha permesso di colmare le lacune e superare le difficoltà». I programmi sono quelli statali. I professori, nominati dal Ministero, sono poi scelti dalla scuola per l’adesione alla sperimentazione dal basso, sul campo. Trecentocinquanta alunni, 5 sezioni e una media di 23 studenti per classe. Il numero adatto per coinvolgere gli studenti e relazionarsi in una dimensione adulta che favorisca il dialogo.

«Grazie alle attività di laboratorio e al tutoring, studenti e professori erano sullo stesso piano», dice Matteo Ranci, licenza media a Rinascita nel 2001- 2002. «Ogni alunno è seguito da un insegnante che mantiene i contatti con la famiglia - spiega il preside Calascibetta - la figura del tutor, presente a Rinascita ben prima della riforma Moratti, è il trait d’union fra scuola e genitori».

A Rinascita non ci sono solo lezioni canoniche. Si lavora in piccoli gruppi, si fanno approfondimenti, attività pratiche. Il tempo pieno permette di avere più ore a disposizione per rielaborare, riflettere e concettualizzare. A proposito delle ore trascorse a scuola, Matteo ricorda: «Il tempo pieno non mi ha dato una preparazione più approfondita ma la capacità di sostenere fisicamente la quantità di studio pomeridiano delle superiori».

Il progetto formativo di Rinascita prevede ad oggi un’integrazione fra area curriculare-progetto accoglienza, laboratorio ambientale, un modulo in più di attività fisica e uno in più di educazione artistica, in lingua straniera - e area opzionale – lezioni di strumento. «Quando ho frequentato le medie, oltre alle ore di musica comune ogni studente aveva delle lezioni a coppie dello strumento che preferiva. Rinascita mi ha dato la possibilità di scoprire una passione e una mia dote», racconta Cora. «Quasi tutti gli studenti che facevano musica portano avanti ancora oggi lo strumento che avevano studiato a Rinascita - aggiunge Matteo - ma, personalmente, mi ricordo bene anche la possibilità di fare un lungo intervallo dopo pranzo. Moltissime le attività organizzate e la socializzazione con le persone delle altre classi era più facile».

A sentire i racconti degli ex alunni, Rinascita sembra ora diversa da quella che era qualche anno fa. «Nella mia classe, su venti che eravamo, solo in due abbiamo dato la maturità - dice Cora - la maggior parte degli scolari aveva prospettive diverse, molti ragazzini venivano da famiglie disagiate». Ed è il Preside mostra oggi un panorama profondamente cambiato: «I nostri alunni vanno per lo più ai licei, scientifico soprattutto».

Il bacino di utenza dell’Istituto è oggi molto ampio, gli alunni vengono dalle più disparate zone della città. «Ogni anno abbiamo 50, 60 richieste in esubero, i genitori scelgono Rinascita per l’interazione fra didattica e realtà e per il progetto scuola comunità: dai genitori agli alunni, passando per gli insegnati, tutti cooperano alla vita dell’Istituto», spiega Calascibetta. «Anche il Ministero approfitta delle nostre sperimentazioni, siamo scuola pilota per le innovazioni. Certo, estendere il modello Rinascita a tutta la penisola sarebbe economicamente proibitivo». Per intenderci, basterebbe fare due calcoli rispetto alla moltiplicazione dei salari per i docenti. I professori di Rinascita fanno le canoniche 18 ore settimanali, per consentire il tempo pieno la scuola ha disposizione un numero più alto di docenti.

Si respira il valore della cooperazione, della solidarietà, si impara a interagire: «Se oggi comprendo i valori democratici e la mia posizione in quanto cittadina, lo devo anche a Rinascita», dice Cora. Che poi conclude: «A Rinascita vengono fuori i talenti, le passioni. Ricordo che c’era un orto nel giardino della scuola. L’attività prevedeva che un gruppo, a turno, lo curasse. Un mio compagno di classe aveva i voti più bassi della scuola, di studiare la minima voglia. Era anche un tipo indisciplinato. Quando gli è toccato di curare l’orto, non è stato più possibile sottrargli la vanga dalle mani da quanto si era appassionato. Ho sentito dire che ora lavora come giardiniere. Non dobbiamo mica tutti imparare a fare l’analisi logica».

  • di Laura Bellomi
     

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