La scuola libica di via Pantelleria


«La scuola libica? Perché, c’è una scuola libica?» Sì, c’è: e da undici mesi, ormai. Eppure, quasi nessuno, tra gli abitanti di via Pantelleria, in zona Certosa, ancora se ne è accorto. Ogni giorno, i nuovi inquilini del civico numero 6 arrivano alla spicciolata a bordo di auto di grossa cilindrata, non certo a piedi.

«E’ giusto, siamo una scuola moderna, noi», non si stanca di ricordare il vicepreside, Mohamed Bashir Abukabda. Alle 9 di mattina, puntuali, giungono auto, autisti e i bambini. Fanno manovra ed entrano nel cortiletto interno. Quindi, scaricano, rifanno manovra, e se ne vanno. Il rito si ripete nel primo pomeriggio, intorno alle 13. Non vi si sottrae nessuno, persino la bidella, che è una ragazza rumena nata vicino Bucarest.

«Come scuola, dipendiamo in toto dal consolato libico – spiega Abukabda –. Il consolato, in collaborazione con Agip e Tamoil, ci mette a disposizione ogni cosa. L’edificio stesso è di sua proprietà. Ufficialmente, le nostre aule si trovano in territorio libico». Anche se i funzionari della sede diplomatica nordafricana smentiscono. «Non è vero – fanno sapere -. La scuola non rientra nella nostra giurisdizione: si trova in Italia. Assolutamente». Anche il numero degli alunni è oggetto di controversie intestine: secondo il vicepreside, la struttura ospiterebbe un’ottantina di allievi, secondo il consolato, non più della metà. Di certa, c’è solo la loro nazionalità: che è rigorosamente libica. Così come libici sono i libri di testo, e libici sono i programmi di studio. Di non libico, c’è solo il corpo insegnanti, che comprende egiziani, siriani, iracheni, giordani e palestinesi. «La Lega Araba si è data appuntamento qui», commenta Abukabda.

Nessuno, ad ogni modo, ha troppa voglia di parlare. Al 6 di via Pantelleria, le tapparelle sono perennemente abbassate. Ad un esterno grigio e scrostato, fanno però da contraltare stanze spaziose e pulite di fresco. Gli sfuggenti neoinquilini hanno a propria disposizione quattro piani di aule, una sala giochi e una sala internet. Oltre, ovviamente, al posteggio interno. Un soggiorno dorato, verrebbe da dire. Soggiorno che per molti di loro, non dura più di qualche mese: «E’ chiaro che i nostri non sono studenti qualunque – ammette Abukabda -. In larga parte, sono figli di manager, o di membri del nostro corpo diplomatico. Stanno qui pochissimo, poi si trasferiscono al seguito delle loro famiglie, in Francia, Grecia, Germania, o altrove. Oppure, tornano in Libia. Il nostro istituto permette a questi giovani di non restare indietro con gli studi. Per questo, ci occupiamo di tutti e tre i livelli di istruzione pre-universitaria: dalle scuole elementari, alle superiori. Dal punto di vista legale, siamo riconosciuti sia dal governo libico, che da quello italiano».

Ad ogni modo, i responsabili della struttura sembrano decisamente avversi ad ogni iniziativa di stampo pubblicitario. Parlare con i genitori degli alunni? Impossibile. Con gli studenti? Figuriamoci. Solo alcuni insegnanti accettano di scambiare qualche battuta. Amal Abu-Ali, palestinese, in Italia da 11 anni, da tre docente della scuola libica. «Questa è una struttura d’elite – racconta -. E’ stata creata appositamente per i figli dei dirigenti libici, e solo per essi funziona. Lo studio dell’italiano è puramente facoltativo». Lei, i suoi, li manda alla scuola italiana.
Ahmed, un egiziano anche lui insegnante, di raccontare non ha invece troppa voglia. «Vi meravigliate di tutta questa segretezza? - sbotta - Non dovreste: per noi arabi è difficilissimo aprire scuole in Italia. Avete visto che è successo in via Quaranta? Ora, ci tocca arrangiarci. Ma intendiamo fare le cose a modo nostro. Volete altre informazioni? Rivolgetevi al consolato».

Del resto, l’istituto non ha mai avuto vita facile: e questo spiega, forse, l’attuale riservatezza dei responsabili. Nata nel 1983, la scuola aveva sede in via Taramelli, a due passi dalla Stazione Centrale. Vero e proprio ideatore del progetto fu il palestinese Amnar Al Joulani, ex dirigente petrolifero, che tuttora veste i panni di direttore didattico. Nel giro di pochi anni, gli studenti furono però costretti a traslocare, perché il tetto dell’edificio era costruito in amianto. Nel 1998, la scuola si trasferì a Vimodrone, in un ex struttura scolastica da tempo dismessa. «Il restauro ci costò più di un miliardo – racconta Al Joulani -. Siamo rimasti a Vimodrone per sette anni, in affitto. I nostri ragazzi occupavano le aule del secondo piano, mentre gli alunni della scuola media locale facevano lezione al primo. Fu una bella esperienza, ricca di confronti». Durò fino a dicembre 2005, quando scadde il contratto, e i libici dovettero cedere i propri spazi ai rampolli del luogo. «Ci salutammo con una festa molto commovente - ricorda Abukabda -. Infine, ci spostammo qui. In via Pantelleria, la gente è discreta, e la zona molto tranquilla. Ci piace, e credo che ci resteremo a lungo». Come dire: amici sì, ma ciascuno al suo posto.

  • di Andrea Sceresini


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