Se esistesse una Little Tokyo a Milano, potrebbe essere qui. Uscendo dalla stazione della metro di Bande Nere e incamminandosi lungo Via San Gimignano, può capitare di incontrare per strada tre o quattro giapponesi prima di vedere un italiano. Ma a dispetto della densità di abitanti del Sol Levante, l’urbanistica e l’architettura non lasciano spazio a equivoci: siamo in una tipica zona residenziale della periferia milanese. Al centro del quartiere si trova la Scuola Giapponese di Milano, una delle 26 d’Europa e 82 nel mondo, tutte private e finanziate dalla retta d’iscrizione, salvo un contributo governativo per l’apertura.
La palazzina di Via Arzaga, due piani dalla facciata candida, somiglia più ad un’abitazione di campagna che ad un edificio scolastico, ma qui studiano circa 120 bambini. Sono quasi tutti figli di dipendenti di multinazionali giapponesi in trasferta per pochi anni a Milano, prima di fare ritorno in madrepatria o – sempre più spesso – proseguire verso un’altra destinazione internazionale. Si tratta di una scuola elementare e media concepita secondo l’ordinamento nipponico, in cui la scuola dell’obbligo, tra i 6 anni di primaria e i 3 di secondaria, va dai 6 ai 15 anni. Non essendo parificata non dà la possibilità ai suoi allievi di passare alla scuola italiana senza sostenere esami.
Ma questo pare non rappresentare un problema per chi la frequenta. «In realtà, quel passaggio non rientra nei piani delle famiglie di questi ragazzi – spiega il signor Nakamura, direttore della scuola –. I genitori sanno che resteranno a Milano pochi anni, dunque non ritengono produttivo inserire i figli nell’ambito scolastico locale. È per questo che il programma riflette per l’80% quello ufficiale della scuola giapponese». L'istituto è riconosciuto ufficialmente dal Ministero dell’Istruzione di Tokyo e dà la possibilità agli studenti che rientrano in Giappone di inserirsi nel sistema scolastico senza perdere un colpo. «Le uniche differenze rispetto al curriculum di una scuola in madrepatria riguarda quel minimo di cultura locale che cerchiamo di inserire nel programma».
E così l'insegnamento dell'italiano rimane limitato a poche ore. «L’italiano come lingua occupa due ore a settimana e onestamente ha un valore simbolico più che pratico - spiega Nakamura -. Noi cerchiamo di incoraggiare i bambini ad interessarsi alla cultura locale, ma i genitori, che nel corso della carriera possono arrivare a vivere in una decina di Paesi diversi, sono più interessati all’inglese, lingua internazionale. Tuttavia, abbiamo inserito un programma di scambi culturali con le scuole primarie e secondarie italiane, vale a dire visite reciproche in cui i bambini si conoscono e imparano qualcosa gli uni degli altri».
Alla Scuola Giapponese si iscrive il 95% dei bambini nipponici di Milano. Qui studiano le stesse materie dei loro coetanei in madrepatria: lingua e letteratura giapponese, storia, matematica, geografia, scienze. Il restante 5% sceglie la Scuola Internazionale o quella Americana, perchè i genitori vogliono dare una formazione internazionale ai figli. Un percorso che molte famiglie prefiligono.
«Se il completamento del ciclo di studi avviene in concomitanza con il ritorno in Giappone, possono continuare alle superiori senza problemi. Altrimenti, sia che la famiglia rimanga in Italia, sia che si trasferisca in un altro Paese, passano a frequentare le superiori alla Scuola Internazionale. Noi sconsigliamo il liceo italiano, soprattutto il classico, perché non hanno il tipo di formazione adatto, farebbero troppa fatica con latino e greco». Di fronte all’ingresso della scuola si trova una scultura. Il titolo, riportato in entrambe le lingue, è «Amicizia». Quella che, tra i ragazzi giapponesi e i bambini italiani è per il momento impossibile.