La scuola ebraica di via Sally Mayer


Sally Mayer, filantropo. E’ la prima cosa che si legge, inciso sulla tabella, all’inizio della strada. Poi appare la scuola. Un rettangolo basso, squadrato, arancione. Uno dei tre istituti ebraici di Milano, quello storico della comunità, si trova in questo angolo verde e silenzioso a sud-ovest della città. E’ qui dal 1964, dopo il trasloco dalle villette di Via Eupili. E ha già creato un indotto di ristoranti e alimentari kasher, che cioè propongono pietanze preparate secondo i dettami delle Scritture.

Nella scuola, i ragazzi sono circa seicento, dall’asilo nido alle superiori. In mezzo le elementari e le medie. Alla fine, possono scegliere tra liceo scientifico, linguistico o tecnico. E’ un istituto paritario. Si seguono i programmi ministeriali con l’aggiunta dello studio della lingua ebraica e dell’ebraismo. Tutte informazioni che è possibile attingere dal sito internet della comunità. Dove si specifica che la scuola «segue la tradizione dell’ebraismo e si rispettano il Sabato e il calendario ebraico, la kasherùt (norme alimentari) della mensa». Ma attenzione: «La scuola non è né religiosa né laica, ma pluralista». Se si prova a sapere qualcosa di più preciso, ci si scontra con un muro di riservatezza.

A bussare all’ingresso principale, apre un custode in blu. Se gli chiedi di parlare con la preside dei licei, ti dà un numero. Quello della comunità. Chiami e ti rinviano alla segreteria della scuola. Lì si ferma la catena. Dopo giorni di tentativi, riusciamo a vedere i volti delle impiegate da una specie di oblò. «Non possiamo divulgare alcun dato – dicono -, nemmeno il numero esatto degli iscritti». Incontrare la preside dei licei? «Non è possibile… ne abbiamo parlato con l’assessore alle scuole della comunità… ragioni di sicurezza». Almeno sapere come si chiama, la preside? «Col suo nome. Arrivederci».

Per la cronaca, Marisa Castagnaro. L’assessore alle scuole è invece Paola Sereni. Ma anche per sapere questo, occorre andare su internet. Riservatezza, dunque, quasi segretezza. E una cortina di precauzioni. Per certi versi, comprensibile, quando si parla di bambini e ragazzi. e di una comunità da sempre sotto pressione. All’imbocco della strada, vigila un’auto dei carabinieri. Di fronte un’altra scuola, quella giapponese.

Sicurezza e riserbo. Di tanto in tanto, nel corso della mattinata, persone entrano o escono. Tre si dirigono verso l’ingresso. «No, noi con la scuola non c’entriamo nulla», si affretta uno. Gli altri due indossano la kippah, il tradizionale copricapo ebraico. Ti prevengono con dolcezza disarmante. «Shalom», ti tendono la mano, sorridenti e definitivi. «Mi scusi... una doman…». «Shalom». Andati. All’uscita dalle lezioni, il primo impatto con i genitori non è meno ostico. «Per le domande si rivolga alla scuola», dice il primo. Qualcosa concede una signora bionda, trafelata, per mano una bimba. «Perché l’ho iscritta qui? Perché fa parte della comunità… E sì, ci troviamo bene». Perché anche il livello didattico è eccellente assicura un papà dal volto aperto.

«Qui i ragazzi sono seguiti con attenzione. Certo – aggiunge -, in una scuola statale ci sarebbero stati problemi con il calendario religioso. I bambini avrebbero dovuto saltare delle lezioni per osservare le festività». Un altro ex alunno che oggi torna qui per ricondurre a casa i pargoli, è Umberto. Venticinque anni fa, quando questa scuola la frequentava lui, gli studenti erano un migliaio «ma adesso sono diminuiti, colpa della denatalità… E poi ci sono anche le altre scuole ebraiche». Assicura che quella di via Sally Mayer «è una scuola come tutte le altre. Ricordo che ai miei tempi, facevamo casino come ovunque». Come tutti gli altri. Sorride: «Non abbiamo mica la coda».

  • di Francesco Cocco

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