La scuola araba di via Ventura


Sorride Nancy. Com’è andato il primo giorno di scuola? Si tocca le treccine. Guarda il padre: «Bene». Otto anni, italo-egiziana, zainetto firmato brats, ha appena varcato il grande portone in legno di via Ventura 4, periferia est di Milano. La via più anonima di tutta la città, un gommista, un bar, gli scavi dell’Aem, e la scuola araba intitolata a Nagib Mahfuz, scomparso da poco.

Un gruppo di madri avvolte nel velo attende all’angolo della strada mentre l’assessore comunale Maiolo parla di «una piaga nella città». Sfila un “corteo” di leghisti. Sette in tutto. Cinque pensionati. «Se arrivano a dieci gli regaliamo un pallone» sorride Mahmud Othman, presidente dell’associazione Insieme.

La scuola arabo–italiana ha ricominciato le lezioni lunedì 6 novembre. Dopo l’ordinanza del prefetto che il mese scorso aveva sospeso le lezioni a soli tre giorni dall’apertura, sono state rilasciate tutte le autorizzazioni ed è stata presentata anche la richiesta di cambio di destinazione uso. «Temo che anche il Comune sia stato scavalcato in questa vicenda» urla il capogruppo della Lega a palazzo Marini, Matteo Salvini. In una mano lo striscione “invasione islamica” nell’altra il megafono: «Call center, macellerie, scuole, moschee, questo è un tentativo di imporre un modo di vivere. Se non è un’aggressione allora è un tentativo di genocidio culturale». Parole forti.

Se non altro per il volume del megafono che richiama gli studenti. Tra le grate due ragazze col velo si affacciano. Mordono un panino, non un kebab. «Un bambino di sei anni educato oggi alla violenza potrebbe essere un adolescente che pratica la violenza domani» conclude Salvini.

Ma per giudicare è meglio sapere. A leggere i programmi, per gli studenti di via Ventura la giornata è assai lunga. La mattinata, che finisce alle 14, è divisa in due. Nella prima metà si seguono le lezioni in arabo, nella seconda in italiano. I programmi sono gli stessi delle elementari e medie, sia egiziane che italiane. Alla fine, quindi, il lavoro è doppio. Formalmente la scuola è un istituto privato, a fine anno gli alunni dovranno fare gli esami da privatisti: prima presso il Consolato egiziano in aprile, poi in una scuola pubblica italiana. Solo in questo modo i bambini avranno un titolo valido sia in Egitto che in Italia. «Quest’estate – racconta Sahar, madre di due gemelle di otto anni – sono tornata in Egitto e mi sono informata sull’iscrizione delle bimbe alla scuola. Dovrebbero ricominciare dalla prima elementare perdendo due anni di studio».

 

La scuola è rimasta chiusa per un mese e per recuperare sono state momentaneamente portate a cinque le ore di studio dell’arabo e dell’italiano. «Dobbiamo accelerare il passo – spiega Daniela, l’insegnante di italiano -. Inoltre all’interno delle classi ci sono gruppi disomogenei e sono costretta a ricominciare dall’abc». L’anno scorso, quando la scuola non esisteva ma l’associazione “Insieme” organizzava dei corsi pomeridiani sono stati bocciati ben nove bambini: il successo della scuola si deciderà proprio agli esami di aprile e giugno.

«Quest’anno – spiega Samir – mia figlia comincia a studiare l’inglese e già si confonde con la pronuncia delle lettere dell’alfabeto. Speriamo bene!». Nessuna preoccupazione per la matematica. L’insegnante si chiama Gamal. Un metro e novanta per oltre cento chili, fino all’anno scorso dava ripetizioni provate, da settembre professore. «Il programma egiziano - sostiene - è molto più difficile di quello italiano quindi credo che non ci sarà nessun problema per il superamento dell’esame». Due ore di religione alle elementari, un’ora alle medie. «La frequenza è facoltativa ed inoltre insegneremo anche la religione cristiana se si formerà un numero minimo» spiega Agostino Musella dell’associazione Insieme.

La scuola non dovrà resistere solo ai Leghisti, alle trafile burocratiche e agli esami di stato. Dovrà riempire le casse. La ristrutturazione dell’edificio è costata 70.000 euro, le rette della scuola sono basse, attorno ai 1.000 euro l’anno: all’appello mancano 35.000 euro, momentaneamente reperiti tra gli amici delle associazioni promotrici. «Nelle prossime settimane – spiega Pietro Farneti dell’associazione Risvegli - ospiteremo una mostra d’arte di un famoso artista iracheno, e con il ricavato offriremo agli studenti delle borse di studio». In partenza anche i corsi di arabo per adulti finanziato dalla Provincia di Milano ed i corsi pomeridiani di italiano.

Il primo giorno è finito. I bambini girano l’angolo del cortile della scuola ed intravedono il grande cancello in legno. Dribblano un plotone di giornalisti, schivano una telecamera e raggiungono i genitori. «Mamma, perché non ci vogliono qua?».  

di Vittorio Romano
 

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