Nessun indizio potrebbe portare il passante distratto sulla strada giusta. Neanche una bandiera a stelle e strisce all’entrata dell’edificio ricorda che a Noverasco di Opera, alle porte di Milano, esiste da più di quarant’anni la American School of Milan, nata da un progetto di businessmen americani. Solo la mattina presto e il pomeriggio verso le 15,30 in via Carlo Marx le voci di bambini e ragazzi in inglese si mescolano ai saluti dei genitori italiani, nordcoreani e arabi, creando un mix che riflette la vocazione internazionale della scuola.
Quest’anno sono 35 le nazionalità rappresentate. Ma molto dipende dall’andamento delle borse e dell’economia internazionale. La maggior parte degli studenti sono figli di manager e uomini politici che lavorano a Milano ma si spostano spesso da un paese ad un altro. Il Consiglio di amministrazione ha quindi deciso di ammettere in uguale proporzione americani, italiani e rappresentanti del resto del mondo, in un ideale melting pot di cui i dirigenti vanno fieri. «I nostri ragazzi hanno la possibilità di confrontarsi con il mondo – spiega Day Jones, preside associato dal 1981 – uscendo da qui con un passaporto per le università inglesi e americane più prestigiose, due diplomi e un corso di studi che segue, dal punto di vista didattico, i programmi più aggiornati di quei paesi in cui le discipline scientifiche o letterarie sono all’avanguardia, come l’India o la Finlandia per la matematica».
Quindici ettari in tutto occupati dai campi da calcio, pallavolo e una grande struttura in cui studiano 530 ragazzi dai 3 anni della Primary ai 17 anni dell’High School, con la possibilità di conseguire poi il diploma di maturità italiana frequentando il corso biennale di Baccalaureato internazionale con esaminatori che arrivano apposta da Ginevra. Ma la caratteristica principale della scuola americana consiste nella sperimentazione, in atto con successo da più di dieci anni, delle classi multi-ages. Ovvero «classi formate da bambini con anche due anni di differenza nel ciclo delle elementari – puntualizza Jones – perchè l’età anagrafica non indica in realtà lo stato di sviluppo psico-fisico del bambino. Così facendo abbiamo la possibilità di personalizzare i programmi, sviluppare la varietà didattica e la collaborazione tra gli alunni».
Un approccio pedagogico che piace soprattutto alle mamme italiane come racconta Laura, due ragazzi alle superiori che discutono inglese del prossimo weekend. «Come molti altri genitori eravamo stufi dei programmi ministeriali uguali per tutti che caratterizzano le scuole pubbliche. Qui si presta attenzione all’analisi critica, chiamata approches to learning, si insegna un metodo per affrontare un domani la realtà complessa del mondo e poi siamo sicuri che i nostri ragazzi impareranno bene l’inglese». Punto di forza della scuola è infatti la lingua internazionale per eccellenza visto che le insegnanti sono tutte americane, eccetto quelle di italiano, e anche i bambini più piccoli salutano gli estranei con un forte «Hi!».
Anche se caratterizzata da una varietà che non ha paragoni a Milano, l’American School mantiene contatti di amicizia con le altre scuole private della città, senza sentirsi un elemento estraneo. Nell’uso delle tecnologie poi, quello che qui è ormai un traguardo raggiunto viene ora seguito anche dalle elementari di Opera. Una rete wireless circonda la mensa, dove per merenda sono stati appena sfornati americanissimi muffins, le aule di musica e la biblioteca in cui i ragazzi possono ritrovarsi a studiare e navigare su internet, ognuno con il proprio laptop che dalla prima media serve per scrivere, dialogare con i professori e, ai genitori, per controllare il percorso scolastico dei propri figli. Tutto in puro stile americano: un mondo a parte che corre più veloce di quello italiano.