La Milano di Salvatores


Ezio, scrittore 40enne in un momento di crisi personale, cerca un po’ di riscatto nell’ispirazione letteraria. Ha in mente un romanzo in cui lui, da protagonista, ha a che fare con due tipiche famiglie della borghesia milanese. Lo vedremo interagire, dunque, con alcune figure umane che rispecchiano l’anima confusa della metropoli: un padre fricchettone, moderno (Diego Abatantuono), alle prese con una figlia adolescente piena di turbamenti; un avvocato benestante (Fabrizio Bentivoglio), che affronta con un certo fatalismo un tumore maligno; due mogli in carriera (Margherita Buy e Carla Signoris), l’una più nevrotica dell’altra, e l’una più impreparata dell’altra ad affrontare le crisi adolescenziali dei propri figlioli. I personaggi prendono corpo nella mente di Ezio, hanno delle personalità sempre più definite. Talmente definite che finiscono con l’acquisire una vita propria, e interferire con l’attività del narratore.

Arrivato alla soglia dei 60 anni, Gabriele Salvatores ha provato un impeto di nostalgia verso la sua Milano. Possiamo quindi considerare Happy family una dichiarazione d’amore verso la metropoli lombarda? Sì, a patto di non tradire però quello spirito ironico, antiretorico e raffinatamente dissacratorio che Salvatores possiede dai tempi del Teatro dell’Elfo.
L’impressione che dà questo film è di grande leggerezza, nonostante i temi trattati siano impegnativi. E’ quel tipo di leggerezza che un autore riesce a dare quando ama il suo film e i personaggi che lo compongono. Si capisce lontano un miglio che la lavorazione si è svolta in un clima di complicità e di amicizia. Il risultato di una lavorazione così è un film leggero come una brezza primaverile. Un film che non ha ambizioni di riuscita internazionale, che visibilmente è stato girato in un clima disteso, per il solo gusto di fare un bel film.

Salvatores, che ormai non ha più bisogno di conferme nella sua carriera, aveva voglia di tornare nella sua amata Milano. E siccome amare una città significa anche tirarle affettuosamente le orecchie, ha creato un gioco meta-letterario in cui si muove una Milano spaesata, confusa, senza più saldi punti di riferimento. Ma allo stesso tempo è una città che, nella sua nevrosi, conserva umanità e una enorme voglia di vivere e di esserci.

L’incontro con Salvatores all’Anteo aveva proprio questo obiettivo: spiegare che, nonostante tutto, Milano è una città che va amata e va vissuta. E’ una città con la quale bisogna usare il bastone e la carota: il bastone di un affresco abbastanza crudele dell’umanità che la abita; la carota di una dichiarazione d’amore. Magari un po’ ruvida come dichiarazione, ma dietro la ruvidezza c’è una tenerezza sconfinata, come ci fanno intuire soprattutto le immagini in bianco e nero: panoramiche di una città sofferente, ma sognante.
Se è vero, come leggiamo alla fine del film, che «è meglio fare un film che vivere, perché in un film puoi farti la tua sceneggiatura», è anche vero che la drammaticità di questo aforisma nel film viene stemperata dall’autore. Un film che è, innanzitutto, una lunga e piacevole terapia di gruppo che il regista ha voluto fare col suo pubblico, milanesi e non. E, come da tutte le terapie di gruppo fatte bene, se ne esce sollevati.
 

  • Francesco Mattana

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