La bufera economica non accenna a placarsi, le prospettive di ripresa globale sembrano improbabili e tra ricapitalizzazioni, sacrifici e austerità la chiave di volta per rassicurare il mercato sembra una chimera.
Da una parte, infatti, i governi del vecchio continente impongono politiche fiscali restrittive per aggredire il debito pubblico mentre la Fed e la Bce mantengono bassi i tassi d’interesse per favorire la ripresa del credito bancario; dall’altra si schierano i movimenti che da New York ad Auckland occupano le piazze rivendicando equità, in nome di quella quasi totalità della popolazione costretta a subire una crisi innescata dalle banche. Tra le ricette keynesiane e quelle del movimento del 99%, però, inizia a farsi sempre più spazio una terza via, che passa per la riformulazione delle basi capitalistiche e finanziarie attraverso modelli etici e sostenibili. Che gli investimenti sostenibili fossero remunerativi e rassicuranti in tempo di crisi l’avevano già capito gli statunitensi dopo la crisi del ’29: il fondo d’investimento statunitense Pioneer aveva scelto di diversificare la propria offerta cogliendo l’esigenza di privati ed enti che non volevano investire in società operanti in settori “moralmente discutibili” come il tabacco o le armi. Da allora il comparto si è sviluppato, tanto che alcune multinazionali, nella loro ricerca della virtuosità, redigono bilanci sociali e si avvalgono di professionisti ad hoc. Oggi la prospettiva di uno sviluppo etico e sostenibile inizia a porsi come vera alternativa anche nei Paesi emergenti (Brasile, Cina e India in pole position), dove negli ultimi 5 anni sono in crescita gli investimenti in energie rinnovabili.
«La crisi economica – sottolinea Andrea Di Stefano, direttore del mensile Valori - è scaturita da eccessive disuguaglianze reddituali», e così nei Paesi occidentali si è creata una forte divaricazione tra una quota di popolazione molto ristretta con reddito elevato e la restante, che ha visto contrarre in modo costante la propria disponibilità e ridotto così i consumi. Quindi per ovviare alla minore disponibilità di spesa ci si è indebitati, e visto che «la leva dell’indebitamento agisce su più livelli e determina una serie di potenziali bolle economiche, una su tutte l’esplosione di quella immobiliare», siamo arrivati al punto che l’industria finanziaria governa l’economia reale. I mutui subprime fanno parte di questo meccanismo e ripensare in termini etici il drogato mercato immobiliare, secondo Di Stefano, ridurrebbe la pressione speculativa: «In Germania si applica la certificazione energetica ambientale per qualsiasi piano di gestione territoriale, così tutti gli interventi sono a saldo ambientale zero». Un sistema eco-friendly, quindi, dove l’aggravio e lo sfruttamento del suolo derivanti da una costruzione devono essere compensati dai benefici energetici dell’immobile stesso. E va da sé che con questa metodologia si cerca di salvaguardare le aree, come quelle agricole, dal cemento e da una costruzione selvaggia che non fa altro che generare un surplus di offerta abitativa. «Anche in Francia si cerca di non costruire ex novo ma di ristrutturare il preesistente seguendo criteri sostenibili», aggiunge il direttore di Valori. I vantaggi sono immediatamente riscontrabili in termini di maggiore valorizzazione del patrimonio edilizio e minore sfruttamento ambientale: in media, una casa con una classe energetica alta, che consuma annualmente 15 Kwh per metro quadro (ovvero 1,5 litri di gasolio al metro quadro annuo) vale il 21,6% in più di una che si assesta sui 50 Kwh/mq.
In Italia, secondo l’economista e docente di Scienza delle finanze dell’Università Bocconi, Roberto Artoni, si sta contemporaneamente affrontando una crisi reale e una del debito pubblico. Il fenomeno «ha colpito la Grecia e contagiato l’Italia per via di una componente speculativa dovuta alla carenza di strumenti di protezione dell’economia nazionale», spiega Artoni. Una volta questi fenomeni scarsamente razionali, consistenti nelle aspettative degli investitori che tendevano ad autorealizzarsi, per via della scarsa fiducia riposta nel debito sovrano, si contrastavano agendo sulla svalutazione della lira, cioè «si curava la febbre senza compromettere l’integrità dell’organismo». «Oggi tutti gli organi istituzionali coinvolti nella crisi cercano d’inseguire un’industria finanziaria totalmente fuori controllo, sia in termini dimensionali sia di propensione al rischio, che vale circa 350 volte il Pil mondiale, cioè l’attività economica reale».
Le cause profonde dell’attuale congiuntura, per Di Stefano, risalgono alla fine degli anni ’70 e sono il frutto di una campagna ideologica che ha convinto decisore e cittadini che la deregulation, il basarsi cioè sulla capacità di autoregolamentazione del mercato, fosse un bene. In realtà, secondo il direttore di Valori, questo non ha fatto altro che generare strumenti finanziari in grado di facilitare le transazioni a scapito della trasparenza, del rischio potenziale e dell’etica. «Un esempio - aggiunge Di Stefano - sono le dark pools, cioè i mercati secondari, che sono stati presentati come facilitatori delle transazioni, ma di fatto sono diventati fattori di profonda manipolazione dei prezzi». Gestiti dalle principali banche d’investimento, sono organizzati su piattaforma elettronica, dove ogni giorno avvengono innumerevoli contrattazioni su base automatica, per nulla trasparenti fino al termine della seduta, di conseguenza vengono recepiti esclusivamente i prezzi finali.
Tutto ciò incide fortemente sull’andamento del mercato azionario e obbligazionario, determinando la volatilità ad oggi dominante. «È necessario un intervento in grado di assorbire tutti quei fenomeni che generano un avvitamento finanziario dell’economia», suggerisce Artoni, una soluzione potrebbe essere per la Bce comprare i titoli di stato contrattati sui mercati secondari, perché «le attuali misure imposte per superare la crisi sono controproducenti. In Europa il direttorio franco-tedesco si è rivelato incapace di gestire questi fenomeni: puntando su un regime di austerity hanno causato una recessione». Secondo l’economista una politica fiscale espansiva è l’unica in grado di poter generare aspettative positive, favorendo consumi e investimenti, ad esempio diminuendo le imposte e razionalizzando il sistema tributario evitando di colpire proprio i redditi e i patrimoni più bassi.
«Per stabilizzare il ciclo economico - propone Di Stefano - devono essere chiusi quei comparti d’attività che sono fuori controllo, come i credit default swap, ed essere privilegiati gli investimenti responsabili ed etici, gli unici capaci di proteggere il capitale dei risparmiatori nel lungo periodo». L’esempio virtuoso è quello dei grandi fondi pensione del Nord Europa, come quello dei dipendenti pubblici della Norvegia, che hanno adottato criteri di responsabilità sociale ormai da parecchio tempo. «Sono esempi internazionali positivi sia in termini di capacità di protezione del capitale che di policy – continua Di Stefano - tanto che in tempi non sospetti il fondo norvegese aveva deciso di disinvestire integralmente da Finmeccanica dopo lo scandalo delle tangenti negli Stati Uniti, come anche dall’Eni prima della vicenda nigeriana, che costò 600 milioni di euro agli azionisti della società». La gestione etica del fondo pensione norvegese premia anche in tempi di crisi, risultati positivi nei primi due trimestri del 2011, con rendimenti del 2,1% e 0,4%.
«La formula dell’investimento responsabile – conclude Di Stefano - è molto più diffusa di quanto non sembri se si guarda il mercato dall’esterno. Purtroppo la dimensione italiana è ben lontana».