È lunga circa 700 chilometri e la sua costruzione prosegue da sette anni. È la barriera difensiva che divide la Cisgiordania da Israele, concepita da Tel Aviv con l'obiettivo di impedire l’intrusione dei terroristi palestinesi nel suo territorio. Secondo uno studio dell’Onu dello scorso luglio, finora solo il 58,3% del progetto è stato completato, il 10% è in fase di costruzione mentre resta ancora da edificare il 31,5%. Il problema è che il muro non segue la cosiddetta Linea verde, il confine tra Israele e i vicini paesi arabi antecedente alla Guerra dei sei giorni del 1967.
Nel 2004 la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha giudicato la costruzione illegale, mentre il governo israeliano la considera una barriera utile a preservare i cittadini dagli attacchi terroristici. Per i palestinesi, invece, si tratta di un vero e proprio muro di separazione razziale che lede i loro diritti e che mira a espandere ulteriormente il territorio israeliano, perché per l’85% è edificato sui territori occupati dai palestinesi.
Abbiamo chiesto a Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, perché la questione del muro è così scottante.
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Vittorio Emanuele Parsi | La barriera e il processo di pace bloccato