Invictus, a detta dello stesso Clint Eastwood, non è una delle storie che è solito raccontare. Girato con tocco leggero e sicuro, il film segue la figura determinata di Mandela (Morgan Freeman) muoversi tra uffici governativi e campi da rugby tra il ‘94 e il ‘95, quando era appena stato eletto presidente del Sud Africa. E’ questo, infatti, l’anno in cui si rivela la sua lungimiranza politica: con l’avvicinarsi della Coppa del Mondo di rugby ospitata dal suo paese, Mandela intravede la possibilità di riconciliare la popolazione, nettamente divisa tra afrikaner e neri, nel tifo sportivo per gli Springboks, la nazionale di rugby capitanata dal bianco François Pienaar (Matt Damon), l’emblema degli afrikaner in cui i neri vedevano ancora il simbolo dell’apartheid a lungo combattuta, preferendo tifare per gli avversari piuttosto che per un team formato prevalentemente da giocatori bianchi.
Mandela decide di sorprendere gli afrikaner impedendo ai neri di smantellare la squadra degli Springboks e, inaspettatamente, con compassione e generosità, punta su di loro per vincere la Coppa del Mondo e costruire, avviando un difficile percorso di educazione civile e sociale, il senso di appartenenza alla patria e il riconoscimento in un simbolo, mancanti al popolo sudafricano. Con il film, tratto dal romanzo di John Carlin Ama il tuo nemico (2008), prosegue il viaggio di Eastwood nell’età matura di uomini che si sentono in dovere di insegnare alle generazioni più giovani i valori fondamentali per crescere e costruire un futuro diverso, senza gli errori del passato.
Invictus, diretto con consumata abilità, si struttura, però, come una lectio magistralis che, a differenza del capolavoro precedente del regista, manca di mordente e rabbia, mentre la narrazione si divide in due parti di racconto separate. La prima si concentra sul rapporto sempre più stretto tra il giovane capitano Pienaar e l’anziano e saggio Madiba, mentre la seconda ruota attorno al gioco.
Sull’onda della lenta ma crescente integrazione tra bianchi e neri, le inquadrature si riempiono gradualmente di bandiere sudafricane, il simbolo nuovo dello stato che cambia. Le bandiere americane che formavano il tendone per gli spettacoli di Bronco Billy, quelle ritratte nelle foto protagoniste di Flags of Our Fathers, quella issata di fianco alla casa di Walt Kowalski in Gran Torino si tramutano qui nell’effigie multicolore della nascita della nuova nazione sudafricana, dell’orgoglio patriottico che viene plasmato attraverso la vittoria sportiva: è in questi dettagli metaforici che emerge maggiormente la regia di Eastwood.
La macchina da presa sapiente che si muove lentamente nel descrivere gli ultimi minuti di gioco fa da contrappunto stilistico all’interpretazione dei personaggi e al tono generale della storia. Se i tempi lunghi di conquista del risultato dimostrano quanto sia difficile la trasformazione che il Sud Africa sta subendo, allo stesso tempo il carattere della vicenda rimane troppo pacato nel raccontare l’integrazione razziale. Per la grandezza e l’elevatezza dei valori portati in scena dalla vicenda politica e, soprattutto, umana di Mandela, ci si aspettava un racconto sussurrato ma molto più coinvolgente, che fosse in grado di suscitare una partecipazione emotiva più profonda.
Il film si chiude lasciando allo spettatore la sensazione del ritratto retorico dell’uomo Mandela, un sogno africano poetico da cui non emergono la spontaneità e l’entusiasmo che una storia di valori così alti richiederebbe.