Il processo istituito dal Tribunale penale internazionale dell’Aja nei confronti di Radovan Karadžić continuerà anche senza l’imputato. Questo è ciò che ha lasciato intendere il giudice O-Gon Kwon nella seconda giornata del processo, nella quale Karadžić ha scelto di non presentarsi. L’ex presidente della repubblica serba di Bosnia, ha scelto, come fece Slobodan Milošević, di difendersi da solo, rinunciando agli avvocati. Karadžić aveva chiesto che il processo fosse rinviato di 10 mesi per poter preparare la strategia difensiva (gli atti formulati dall’accusa nei suoi confronti superano il milione di pagine), ma il tribunale gli ha concesso soltanto 24 ore. «La Camera è del parere che questa audizione possa procedere anche in assenza dell'imputato», ha dichiarato O-Gon Kwon. In pratica ora la palla torna allo stesso Karadžić: o accetterà di prender parte al processo, o il tribunale procederà comunque, nominando una difesa d’ufficio.
I capi d’accusa. Radovan Karadžić, psichiatra di professione, presidente della repubblica serba di Bosnia tra aprile 1992 e luglio 1996 (la Republika Srpska fu creata da Belgrado all’indomani della dichiarazione d’indipendenza bosniaca), è stato arrestato a Belgrado il 21 luglio 2008, dopo 12 anni di latitanza, e consegnato al tribunale dell’Aja. Secondo l’accusa sarebbe uno dei massimi responsabili per il massacro di Srebrenica (circa 8.000 vittime nel luglio 1995), per l’assedio di Sarajevo (circa 10.000 vittime secondo le stime dell’Onu) e per i crimini commessi nel campo di concentramento di Prijedor. Sul capo di Karadžić pendono undici capi d’accusa: due per genocidio, cinque per crimini contro l’umanità, tre per violazione di norme o consuetudini di guerra, una per violazione della Convenzione di Ginevra.
La linea difensiva. L’obiettivo principale di Karadžić sembra essere attualmente quello di ritardare le fasi del processo, chiedendo il rinvio per esaminare al meglio le carte. Ma non solo, come afferma Cecilia Ferrara, giornalista freelance residente a Belgrado: «Nella strategia difensiva di Karadžić riecheggia quella adottata a suo tempo da Milošević. Nella scelta di difendersi senza l’ausilio di un avvocato è implicita l’intenzione di voler delegittimare il tribunale dell’Aja, ritenendolo un tribunale non effettivo». «Karadžić – continua Cecilia Ferrara - ha riesumato l’intero repertorio retorico di Milošević, denunciando una cospirazione straniera ai danni della Serbia, e vuole dimostrare che l’azione delle truppe jugoslave in Bosnia fu una reazione di legittima difesa in risposta alle violenze che erano state subite dai serbi residenti nella regione».
Le reazioni popolari in Bosnia-Erzegovina e in Serbia. In Bosnia-Erzegovina i media stanno riservando grande attenzione alle vicende del processo a Karadžić e l’associazione delle “madri di Srebrenica”, donne che hanno perso mariti e figli nel massacro, ha inscenato proteste davanti alla sede del tribunale chiedendo giustizia. In Serbia, dove pur l’arresto di Karadžić nel luglio 2008 aveva provocato proteste popolari e alimentato scontri, l’attenzione pubblica sembra attualmente orientata verso altri problemi. Come racconta Stevan Ubović, corrispondente dell’agenzia di stampa serba Tanjug: «Tutti in Serbia sono convinti che quello dell’Aja sia un tribunale politico che ha l’obiettivo di umiliare la nazione. Ma attualmente la gente ha un’altra preoccupazione: l’Ue sta valutando l’ipotesi di abolire il visto per i cittadini serbi dal primo gennaio 2010, ma si teme che se al contrario Bruxelles non vorrà aprire le frontiere ai serbi saranno introdotti criteri più stringenti per la concessione dei permessi». «La situazione economica in Serbia è grave – continua Ubović - e si pensa che Karadžić e Ratko Mladić, ricercato perché ritenuto corresponsabile della strage di Srebrenica, siano la moneta di scambio pretesa dall’Europa per rinnovare l’accordo. I serbi hanno scelto di accettare questo baratto. Anche i media nazionali non stanno dando grosso risalto alle vicende di Karadžić all’Aja».
Il punto sul tribunale dell’Aja. Quello istituito all’Aja potrà essere considerato un processo equo? «È difficile che un processo di un tribunale di guerra, istituito a tanta distanza dai fatti in questione, possa dare risultati inappuntabili in termini procedurali» afferma ancora Cecilia Ferrara. «L’intenzione è probabilmente quella di chiudere i processi il prima possibile. Dopo tanti anni i familiari delle vittime chiedono che gli imputati siano condannati. Il tribunale dell’Aja, istituito ad hoc con mandato a termine, ha quindi tutto l’interesse a operare nel minor tempo possibile, provvedendo così a dichiarare chiuso per sempre un capitolo doloroso della storia balcanica ed europea».
Ma Karadžić non è l’ultimo degli imputati nella lista del tribunale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia: rimangono infatti latitanti altri personaggi considerati tra i massimi responsabili dei massacri, tra tutti l’ex comandante militare Ratko Mladić. Inoltre diverse sentenze sono state considerate troppo lievi, come i soli due anni comminati a Nasser Orić (considerato uno dei responsabili del massacro di Sarajevo, poi assolto in appello) e l’assoluzione dalle accuse per crimini di guerra e contro l’umanità,dell’ex comandante dell’esercito di liberazione del Kosovo (Uck), Ramush Haradinaj. Decisione che ha rafforzato l’opinione pubblica serba nel considerare quello dell’Aja come un tribunale politico che condanna solo i vinti e non i vincitori.