Italiani, popolo di razzisti


Gli italiani sono razzisti? Attorno a questa domanda è stato costruito l’Almanacco 2011 della casa editrice Guanda, il titolo è Con quella faccia - L'Italia è razzista? Dove porta la politica della paura. Il tema è sviscerato da varie angolature: c’è il punto di vista di scrittori come Andrea Camilleri Edoardo Nesi, di un filosofo come Slavoj Zizek, di storici come Luciano Canfora e Franco Cardini e di giornalisti come Adriano Sofri e Gian Antonio Stella, solo per citarne alcuni.
Il curatore dell’Almanacco, come ogni anno, è Ranieri Polese, storica firma delle pagine culturali del Corriere.

Il mito degli “italiani brava gente” ha già subito un duro colpo dagli scritti di Angelo Del Boca che aveva rivelato le atrocità commesse dagli italiani durante la seconda guerra mondiale. Ora, l’Almanacco da lei curato ci mette in guardia dalla nostra retorica auto-assolutrice sul tema del razzismo. Ma possiamo dire che gli italiani sono davvero razzisti?

Bisogna intendersi su una cosa: se ci riferiamo al razzismo di tipo tradizionale con un retroterra ideologico, come quello ottocentesco delle grandi potenze coloniali che ritenevano nel diritto dell’uomo bianco di colonizzare e sfruttare i popoli dell’Asia e dell’Africa, questo non ci appartiene. Come non ci appartiene il razzismo novecentesco di tipo nazista, l’antisemitismo tedesco. Però esiste un atteggiamento xenofobo che si sta diffondendo rapidamente. L’intolleranza verso l’altro, verso lo straniero, non si basa tanto su un’ideologia di tipo estremista, quanto su una serie di disagi, di malesseri e condizioni socio-economiche incerte. In questo contesto la solita scappatoia è quella di trovare un capro espiatorio nel “diverso”.

Un caso emblematico è quello di Torino: a dicembre un finto stupro, amplificato dai media, ha provocato l’incendio di un campo rom. Poco dopo è avvenuta anche la strage di Firenze. Si tratta di due episodi con una dinamica completamente diversa. Ma quale dei due comportamenti razzisti è più pericoloso? La psicosi di massa di Torino o la pazzia criminale di Firenze?

La psicosi di massa che si accende per voci e menzogne è la miccia peggiore perché è incontrollabile. In questo momento i rom sono il bersaglio preferito di questo sentimento xenofobo diffuso per scatenare questo serbatoio di violenza repressa. La caccia al rom, accusato di essere ingestibile, scansafatiche e ladro, è un rito ricorrente tra chi cerca di soddisfare queste pulsioni. Anche se, sempre riguardo a Torino, che è la città più multietnica d’Italia, con una vasta rappresentanza di popolazione dell’Africa nera, ci sono esperienze molto positive. Nell’Almanacco è stato evidenziato come il quartiere e il mercato di San Salvario siano un modello di convivenza concreta e possibile.

Però ci sono problemi reali che non possono essere nascosti: in Italia il 38% dei detenuti sono stranieri, con punte dell’85% al Nord. Anche se c’è da dire che 2/3 degli stranieri detenuti sono in attesa di giudizio e quindi innocenti, la percentuale rimane molto alta. Negare questi problemi, dire che gli stranieri sono tutti bravi e tutti uguali, non è ipocrita e illusorio come dire che in Italia non esiste il razzismo?

Il buonismo è un altro modo di non vedere il problema. Fingere che non ci siano problemi, salvo poi ritrovarsi, come nel recente caso del Suv assassino, con campagne d’odio scatenate sui singoli, non serve. Entrambe le fazioni non risolvono il problema. Le criticità esistono e si dovrebbe procedere ad una serie di provvedimenti che rendano possibile la convivenza.

La crisi economica ha avuto degli impatti sulla convivenza e il rapporto con gli stranieri?

In questi anni di crisi, in cui siamo accompagnati da una sensazione di insicurezza, non fanno bene alla convivenza le notizie sul debito nazionale, sul rigore, sull’economia in pericolo: c’è una reazione istintiva contro gli immigrati che “vengono a rubarci il lavoro”, “a sfruttare le risorse che già sono poche”, “che sono criminali, ecc.”. Ma le cose, anche dal punto di vista economico, non stanno così. Per esempio, nell’Almanacco, la fondazione Moressa di Mestre dimostra che la presenza di stranieri ed extracomunitari non solo non è un pericolo, ma addirittura diventa un fattore economico importante soprattutto in un Paese come l’Italia dove la natalità è a crescita zero. Stesso discorso vale per l’Inps, i cui conti sono a posto grazie ai contributi degli stranieri. Nel rapporto con gli stranieri gli italiani sviluppano una certa schizofrenia. L’emblema comportamentale è il Nord-Est dove spesso la convivenza è buona, ma c’è una forte propaganda xenofoba. Così, quelli che gridano slogan orrendi contro l’extracomunitario sono gli stessi che assoldano le badanti per i loro padri.

La xenofobia italiana è quindi “solo” un impulso irrazionale o istintivo?

Sì. Purtroppo, ci si mette in mezzo anche la stampa: se c’è un crimine, la prima reazione è quella di indicare come colpevole un rom o un extracomunitario, sbagliando. Il caso recente del Suv assassino e la campagna di odio contro i rom ne sono un esempio lampante. Il meccanismo che si ripete è sempre lo stesso: trovare un capro espiatorio. Additare un colpevole nel “diverso”, nell’altro.

  • Luciano Capone
     


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