La Spezia è la Schàar Zion, la Porta di Sion; mentre da Bari, il 21 agosto del 1945, prende il largo, alla volta della Palestina, il primo peschereccio con a bordo ebrei europei sopravvissuti alla Shoah. Dal porto ligure sono migliaia gli ebrei a salpare con la terra promessa negli occhi; nel porto pugliese, il 25 agosto, tre giorni dopo lo sbarco nella spiaggia di Cesarea, tra Tel Aviv e Haifa, fa ritorno il peschereccio clandestino, con a bordo combustibile e dodici agenti del Mossad. Lo stato d’Israele non è ancora nato ma gli ebrei della Palestina hanno le idee molto chiare su come arrivarci. L’Italia, centrale nel Mediterraneo e in preda al caos dell’immediato dopoguerra, è un punto strategico per i piani dei servizi segreti israeliani, come racconta l’ultimo libro del giornalista Eric Salerno, Mossad base Italia.
Dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla proclamazione unilaterale dello Stato di Israele, in Italia arrivano più di ventiseimila ebrei d’oltralpe. L’obbiettivo del Mossad non è solo aggirare il Libro Bianco del mandato britannico, quanto portare in Palestina ebrei ideologicamente formati e pronti a combattere, contro gli inglesi e contro gli arabi. I campi profughi allestiti in Italia diventano così veri e propri campi di addestramento e l’Italia stessa terreno in cui attaccare la Gran Bretanga. Sono infatti otto le città in cui, con bombe di carta, i terroristi ebrei attaccano le sedi delle rappresentanze inglesi. Il governo italiano sa tutto ma decide di chiudere gli occhi e di permettere il radicamento e l’azione degli israeliani nei confini del Paese. Anche quando, dopo la proclamazione dello stato israeliano, ai profughi si sostituiscono le armi.
Negli anni successivi la situazione non cambia. La vendetta per la strage di Monaco passa per Roma dove, il 17 ottobre del 1972, viene ucciso il linguista arabo Wail Zwaiter. Nel 1986 un’adescatrice israeliana porta Mordechai Vanunu da Londra a Roma, dove i servizi segreti hanno mano libera nel rapimento dell’uomo che aveva venduto un servizio sulle basi nucleari israeliane. A Eric Salerno abbiamo chiesto quali siano state le fonti da lui utilizzate per ricostruire in Mossad base Italia sessant’anni di rapporti tra Italia e Israele.
«Ho reperito parte della informazioni nei memoriali dei testimoni. La cosa più difficile è stata riuscire a comprendere come le vicende particolari abbiano inciso sulla grande Storia. I documenti veri e propri li ho rintracciati nell’Archivio di Stato a Roma; qui si raccontava delle operazioni per l’emigrazione clandestina degli ebrei e le azioni di sabotaggio antibritanniche e antiarabe. Non erano specificati, però, i nomi dei responsabili che ho cercato in Israele. Molto è emerso dalle loro testimonianze così come dall’intervista a Itzhak Shamir, primo capo delle operazioni clandestine del Mossad in Italia. Ovviamente, avvicinandosi ai giorni nostri tutto si è complicato. Shamir non ha voluto più parlare. Internet allora è stato uno strumento utile per mettere insieme tutti i pezzi, tutti i nomi».
Come spiega la disponibilità italiana nei confronti dei servizi segreti israeliani?
«De Gasperi aveva vari interessi nell’assecondare le richieste di Ada Sereni, la rappresentante ufficiale in Italia dei servizi segreti israeliani. In primo luogo, era positivo per il governo risolvere il problema degli ebrei rifugiati permettendone la partenza, anche clandestinamente; in secondo luogo c’era una volontà di riscatto verso il passato e le leggi razziali del fascismo, per dimostrare che gli italiani, in fondo, erano brava gente e che appoggiavano gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto. Infine, il sentimento di antipatia del governo italiano nei confronti degli inglesi era fortissimo e se gli si poteva in qualche modo andare contro lo si faceva. Bisogna però ricordare che, dopo le bombe all’ambasciata britannica, il governo e i servizi segreti italiani manifestarono il loro disappunto e i terroristi dell’Irgun se ne andarono in Francia».
Gli italiani percepivano quanto accadeva, dalle bombe all’ambasciata britannica al flusso di ebrei clandestinamente diretti in Palestina?
«No, non c’era attenzione per questi fatti né tantomeno consapevolezza di quanto succedeva. Gli italiani erano presi da altri problemi e nessuno sapeva bene cosa accadeva in Palestina e che cosa ne sarebbe derivato».
La stessa rete tessuta dal Mossad in Italia c’era anche in altri paesi occidentali?
«Credo che ciò non sia improbabile. Penso, ad esempio, alla Francia. All’interno dei servizi segreti di molti paesi occidentali convivevano due anime in appoggio di Israele o degli arabi; se prevaleva la prima c’erano i contatti con i servizi israeliani».
La perfezione messa a punto dai servizi segreti israeliani e la loro licenza di uccidere nasce da un sentimento di vendetta maturato in seguito alla Shoah?
«Alla fine della guerra c’era una fortissima voglia di vendetta, ma non credo che tutto possa spiegarsi in essa. Alcune cose sono iniziate già prima con un sentimento e un movimento di vera e propria liberazione nazionale, nei confronti dei britannici e degli arabi. L’Olocausto ha solo accelerato quanto doveva accadere, dalla creazione di uno stato ebraico alla guerra con gli arabi che, come tutte le guerre, è violenta ed efferata».
Avere scritto questo libro le creerà problemi se deciderà di tornare in Israele?
«Io tendo a pensare di no. Lavoro in Israele come giornalista da tanti anni e, sebbene non mi guardino con simpatia, perché non racconto mai bugie, non credo che avrei problemi nel tornare lì. Non sono il primo ad aver scritto sul Mossad e, chi mi ha preceduto, pur non essendo mai più tornato in Israele, è vivo e vegeto».
Ha raccontato una storia sottotaciuta. Per volere di chi e perché?
«Perché c’è stata una precisa volontà dei governi italiani. Per anni è passata l’idea che l’Italia fosse a favore degli arabi, ma in realtà non è mai stato così. È vero che Craxi è stato l’unico leader a parlare apertamente degli abusi dei servizi segreti israeliani, ma il reale orientamento italiano, a livello di governi e di servizi segreti, è sempre stato filoisraeliano».