Il 27 ottobre l’Associazione studi giuridici sull’emigrazione (Asgi) pubblica la notizia che anche in Sicilia è stata emessa una circolare di chiarimento riguardo la segnalazione di clandestini da parte del personale sanitario. Con l’ultima aggiunta, sono 14 gli enti che hanno già emesso la circolare. Senza distinzioni fra Nord e Sud.
Per capire il motivo del documento, bisogna tornare indietro fino al luglio 2008, quando è entrato in vigore il Pacchetto sicurezza. In un primo tempo, in una legge del Pacchetto, era presente un articolo che abrogava il comma 5 del decreto legislativo 286\95 in cui si afferma che «l'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».
Secondo Salvatore Geraci, responsabile dell’Area sanitaria della Caritas di Roma, ciò avrebbe indotto molti stranieri a disertare gli ospedali per timore di essere denunciati. Per esempio alzando il pericolo di epidemie o di parti non assistiti. «Fortunatamente – spiega Geraci - la grande mobilitazione di comunità scientifica, Chiesa, associazioni di volontariato e società civile ha bloccato l’articolo. Tuttavia, con l’introduzione del reato di clandestinità, sorge una nuova complicazione. Ora sull’immigrato irregolare pesano due norme in contrasto tra loro: da una parte il divieto di segnalazione e dall’altra l’obbligo di denuncia. Tutti gli studi statistici dicono che finora prevale il divieto di segnalazione».
La situazione ha suscitato nuove contestazioni. Pierfranco Olivani, presidente del “Naga - Commissione ministeriale Sanità e Immigrazione”, è uno dei firmatari del documento che chiede il chiarimento delle norme sulla segnalazione dei clandestini. «Abbiamo chiamato dei costituzionalisti che ci hanno confermato che il comma 5 è tuttora valido. La norma generale è infatti preminente rispetto a quella particolare. Forti del parere di specialisti, siamo andati dal sottosegretario alla Sanità Ferruccio Fazio per chiedere una circolare ministeriale che chiarisse il punto una volta per tutte. Come prevedibile, però, si è rifiutato. Ci siamo recati allora nelle singole Regioni, perché ad esse è delegato l’amministrazione della sanità». E sono arrivati a quota 14. Fra queste, però, pesa l’assenza della Lombardia.
«La Lombardia è da sempre la situazione più disgraziata - continua Pierfranco Olivani -. Il problema sta nella suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni: la competenza dell’immigrazione è dello Stato, quella della Sanità è delle Regioni. Però i livelli essenziali di assistenza sono di nuovo competenza dello Stato, e la regione Lombardia non fa le circolari che dovrebbe. Non applica le direttive che vengono da Roma». Lo stesso Olivani ha chiesto alla Direzione generale della sanità lombarda di unirsi alle Regioni che hanno diffuso la circolare. «Non c’è stata risposta - precisa - Comunque in Lombardia non ha denunciato nessuno».
Carlo Zocchetti, responsabile della Direzione generale sanità regionale, conferma che il Naga ha più volte chiesto alla Lombardia di chiarire. «Stiamo discutendo il problema. Per noi, però, la legge è chiara: i medici e il personale sanitario non devono denunciare. La Lombardia non ha ritenuto di dover riproporre in un documento i contenuti della legge, solo perché non si tratta di un problema di interpretazione della legge. Anche perché in quel caso sarebbe compito dello Stato formulare un documento adeguato».
Ma allora perché tanta insistenza da parte del Naga? «Sono stati segnalati dei comportamenti difformi all’interno del personale sanitario - prosegue Zocchetti -. Mi spiego: se i medici non denunciano, è capitato che lo facessero gli infermieri, anche se non è il caso della Lombardia. C’è il rischio che il cittadino, temendo di poter essere denunciato, non usufruisca dei servizi sanitari di cui ha bisogno». Si ripropone così una situazione analoga a quando nel pacchetto sicurezza era presente l’articolo per abrogare il comma 5. «Un argomento di questo tipo - conclude Zocchetti - è a cavallo fra la tecnica e la politica. La tecnica può fare delle proposte e la politica prendere le decisioni. Perciò non so alla fine come deciderà la Regione». Nell’incertezza, la Caritas rinnova l’appello: «Il diritto all’accesso alle cure mediche è inalienabile. Anche per gli immigrati irregolari».