Il Pil lombardo sale, ma è allarme giovani


Dove sta andando la Lombardia? Come sta cambiando la sua popolazione, la ricerca e l’attività economica? Una risposta arriva dall’Annuario regionale 2011, una sintesi del lungo lavoro di statistica messo in piedi dalla Regione in collaborazione con Istat, Eupolis e Unioncamere. Al centro, un ritratto  a 360 gradi, dall’economia alla sanità, dalla giustizia al turismo. Una fotografia fatta di numeri che, «se utilizzata correttamente, potrebbe condizionare le scelte politiche delle istituzioni locali», come spiega Enrico Giovannini, presidente dell’Istituto nazionale di statistica.

Ma sono due i punti sui quali si è concentrata l’attenzione dei relatori che hanno presentato il lavoro di ricerca al Pirellone: l’economia e la popolazione. «Negli ultimi due anni», ha evidenziato il professor Lanfranco Senn, dell’Università Bocconi, «le famiglie lombarde hanno risentito della crisi economica più della media italiana, con una riduzione del reddito disponibile del 5,5% (rispetto a una media del 3%). Tra le province, si salva Milano, dove il reddito è calato soltanto del 2,3%». Secondo i dati dell’Annuario, la Lombardia genera da sola un quinto del Prodotto interno lordo nazionale, con un Pil per abitante che si attesta sui 32mila euro l’anno, cifra che supera del 26% la media nazionale. Anche il mercato del lavoro va meglio rispetto al resto dell’Italia, nonostante il tasso di disoccupazione sia aumentato al 5,6%, quasi del 2% rispetto a 10 anni fa.

Ma se l’economia regionale registra qualche dato positivo - soprattutto nel settore terziario e nell’agricoltura - a preoccupare gli esperti sarebbero i giovani: «troppo pochi». E senza futuro. «Invece di essere considerati una risorsa, sono messi da parte», ha spiegato Alessandro Rosina, professore di Demografia alla Cattolica di Milano, per il quale non ci sarebbero politiche adeguate per rendere i giovani protagonisti. «Le previsioni statistiche di dieci anni fa si sono rivelate errate», ha detto Rosina. «Nonostante l’afflusso dei giovani immigrati (solo in Lombardia gli stranieri superano 1 milione di presenze, circa un quarto del numero nazionale), il numero delle persone dai 15 ai 24 è diminuito esponenzialmente e questo ha avuto conseguenze inaspettate. Senza investimenti su di loro, i ragazzi si sentono demotivati». Per questo scappano all’estero. I cosiddetti “neet” - i giovani che non studiano né lavorano - dal 2004 al 2009, sono cresciuti del 2,3% arrivando al 10,2%. Ma come fare a risolvere il problema? «Valorizzando il capitale umano», ha suggerito Rosina. «Deve diventare una priorità».

  • Linda Stroppa


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