Il peacekeeping alla cinese conquista l’Africa


La Cina è attualmente quattordicesima tra i Paesi che contribuiscono alle missioni di pace Onu in giro per il mondo. Allo stesso tempo, però, dietro una cortina di segretezza, sta emergendo come uno dei più grandi esportatori di armi. Questi sono i dati emersi dal rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Cosa significa?

È passata molta acqua sotto i ponti da quando nell'aprile 1990, la Cina ha mandato per la prima volta 5 osservatori militari all' "Organizzazione dell'Onu di supervisione del cessate il fuoco", cominciando a prendere parte alle operazioni di peacekeeping. In confronto ai 64 anni di storia delle operazioni di peacekeeping dell'Onu, la Cina vi partecipa da meno di 20 anni. Oggi, però, in un momento in cui il personale dell'Onu deve assumersi compiti onerosi in situazioni di grande complessità, Pechino, dalla forza statale in continuo aumento, ha risposto fornendo più militari, più poliziotti e più osservatori. Più di altri tre membri del consiglio di sicurezza: Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma dobbiamo considerare che i cinque membri permanenti operano anche al di fuori dell’Onu, sotto l’egida di coalizioni indipendenti come la Nato.

Quello che emerge da questo rapporto è che nei luoghi devastati dai conflitti, il personale del peacekeeping cinese, coi suoi berretti azzurri e l'emblema dell'Onu, ha dato il benvenuto ai primi segnali di pace tra le popolazioni locali, accompagnandole nel difficile periodo di ricostruzione dei loro Paesi. Certo, la Cina favorisce una serie di interventi nei settori delle infrastrutture (ferrovie, strade, ponti, dighe), dell’edilizia pubblica (scuole, stadi, teatri, edifici governativi) e abitativa, in vasti programmi di assistenza sanitaria, con costruzioni di ospedali e ambulatori; nell’invio di personale sanitario e medicinali.

Ma a tutto c’è un perché, specie se il ruolo sempre più evidente della Cina nelle operazioni di peacekeeping attira l'attenzione mondiale. Si parla, infatti, di “fattori intrecciati” che spingono il Dragone in questa direzione.

Primo. La Cina vuole impegnarsi di più sul sentiero della sicurezza globale per dare di sé all’estero un’immagine politically-correct, bilanciando così l’influenza dei Paesi occidentali, soprattutto degli Stati Uniti, e facendosi accettare come grande potenza responsabile, pacifica e cooperativa. Tra gli obiettivi del governo cinese non c’è solo l’esigenza di agire in un mercato globale pacifico, ma anche quella di accrescere la sua influenza nel quadro internazionale.
I più scettici parlano di “soft power”: la Cina si farebbe carico dei problemi del mondo mostrarsi come una potenza non aggressiva.

Secondo. L’impegno corrisponde a un diktat del presidente Hu Jintao all’Esercito Popolare di Liberazione (EPL). In sostanza, l’unica forza militare della Cina dovrebbe contribuire, con le sue missioni di pace, a fare del Dragone una potenza grande e rispettata. Da una prospettiva militare, infatti, i soldati cinesi che cooperano con le forze armate straniere hanno l’opportunità di migliorare la propria preparazione, nonché familiarizzare con equipaggiamenti tecnologicamente avanzati e essere a contatto con una gestione esperta dei conflitti.

Terzo. I paesi africani rappresentano da soli più di un terzo degli aiuti destinati dall’Onu e la Cina ha puntato gli occhi sugli interessi economici nella regione. Questo è il punto più scottante. Pechino offre ai suoi partner un pacchetto diplomatico “che non è possibile rifiutare”: godere del principio di sovranità nazionale e di non interferenza negli affari interni di uno stato. La Cina, infatti, non partecipa alle missioni che non siano state esplicitamente richieste o accettate dallo Stato che si offre come teatro delle operazioni. È una strategia “win-win” (affari-affari), in alternativa a ciò che propongono gli Stati Uniti.

Infatti, se da una parte Washington impone ai paesi con cui stringe accordi un rigido rispetto dei diritti umani e una trasparenza nella gestione dei mercati commerciali, dall'altra la Repubblica Popolare non ha problemi a stringere alleanze senza condizioni "ideologiche", neppure nel rispetto dei processi di democratizzazione.

Queste considerazioni sono avvalorate da un altro punto del rapporto Sipri: è risaputo che la Cina è tra i maggiori importatori di armamenti del quinquennio 2004-08, e che copre l’11% del totale sul mercato internazionale. In questo primato è seguita da India, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud e Grecia. Nulla si sa, invece, sull’export del Dragone. Il governo di Pechino non pubblica informazioni sui trasferimenti di armi all'estero ed è l'unico Paese a non aver sottoscritto neanche uno degli accordi multilaterali che vietano il trasferimento di armi.
La Cina, che ora tiene a differenziarsi dai concorrenti occidentali presentandosi come “il più grande paese in via di sviluppo che coopera con l’Africa”, potrebbe anche essere la nuova occasione del Continente Nero. Ma, forse, è solo la prima calamità dell’era globale.

  • Giulia Dedionigi


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