Il fotogiornalista, chi l'ha visto?


Si vedono solo due finestre, parallele l’una all’altra. Alla prima è affacciato un uomo: getta dell’acqua sulla finestra vicina. É il gesto di chi salva dalle fiamme la propria casa e i ricordi di una vita, mentre l’incendio divampa nella stanza e il fumo denso acceca. Questo gesto è imprigionato in una foto, scattata il 18 marzo 1996 a Sarajevo, quando i serbi in ritirata diedero fuoco alle abitazioni, pur di non vederle occupate dai bosniaci.

Un’immagine tra le tante che hanno documentato il nostro tempo, grazie alle lenti di reporter in cerca di una storia da raccontare. Figure entrate nel mito, tra l’aura romantica di uno scatto in bianco e nero e la vita da romanzo di chi l’appuntamento con la Storia non l’ha mai mancato. Oggi, il fotogiornalista ha l’aria di un sopravvissuto.

Ma per Livio Senigalliesi e Gabriele Torsello, due grandi nomi del fotogiornalismo italiano, non c’è storia. Il fotogiornalismo non è morto. Senigalliesi: “Certo che esiste, anzi, fotogiornalisti ce ne sono sempre di più. Purtroppo manca un supporto vero da parte delle testate che da moltissimo tempo non assumono più”. È quasi impossibile, infatti, trovare un giornale che abbia al suo interno uno staff di fotografi, mentre si tende a rivolgersi sempre di più alle agenzie fotografiche. “Negli anni Settanta, quando ho iniziato io – spiega Senigalliesi – c’erano degli staff quasi in ogni giornale, poi gli editori hanno cominciato a considerare i fotoreporter come una risorsa accessoria, un costo aggiuntivo che poteva essere eliminato. Quando sono andati in pensione i miei vecchi colleghi, non sono mai stati rimpiazzati da nuovi assunti”.

La crisi della stampa e le difficoltà economiche che hanno investito tutto il settore hanno fatto il resto. Le agenzie fotografiche hanno allargato sempre di più la propria fetta di mercato, proponendo servizi a costi molto ridotti. Un cambiamento radicale che però non ha avuto origine solo dalla crisi economica, ma che riflette una trasformazione nel modo di comunicare. Secondo Torsello, “è tutto legato a come si produce oggi l’informazione. Siamo sommersi dalle news, che spesso sono frutto di grande superficialità. Viene lasciato pochissimo spazio all’approfondimento e ciò comporta l’eliminazione di figure tradizionali come il fotogiornalista, che spendeva molto tempo in un determinato luogo, per seguire nel dettaglio tutti gli sviluppi di una vicenda”.

Sono numerosissimi i professionisti che scelgono di lavorare da freelance, assumendosi tutti i rischi del caso. I giornali hanno rinunciato da tempo alle committenze e si è costretti ad autofinanziarsi, senza nemmeno la certezza di vendere i propri servizi. Il risultato, secondo Senigalliesi, è che il fotogiornalismo è diventato un mestiere per ricchi, dove una base economica di partenza diventa fondamentale. Lui stesso, che pure è un nome nel settore, trova più difficoltà adesso a proporre le sue foto di quante ne avesse in passato. “Mancano i soldi – commenta – ma manca anche una vera volontà di rilancio e la voglia di affrontare delle inchieste scomode”. Ed è anche questo che spinge molti fotoreporter a lavorare da freelance, quello che Senigalliesi chiama “un giornalismo senza padroni”.

Una posizione condivisa da Gabriele Torsello che esprime un giudizio molto critico sulle agenzie stesse. Nate per preservare l’autonomia creativa dei propri fotografi – un nome per tutti, la Magnum – le agenzie sono diventate giganteschi archivi di immagini da offrire al mercato. E se appartenere a un’agenzia facilita il fotoreporter nella vendita dei servizi, per altri versi gli rende impossibile un pieno controllo dei propri lavori.
Autonomo per scelta o per costrizione, insomma, il fotogiornalista resiste ancora e si apre a tecnologie e linguaggi nuovi.

“Da qualche anno – spiega Torsello – alla fotografia tradizionale si è affiancato il video fotografico, che ha una buona diffusione sul web. Una serie di foto vengono montate in sequenza e il racconto si snoda attraverso una traccia audio di grande fedeltà che commenta, suggerisce, testimonia il racconto fotografico. Penso ai lavori di Brian Storm che oggi fanno scuola. Un altro canale importante è quello editoriale: pubblicare libri oggi è l’unico modo per continuare a esistere senza rinunciare a un lavoro accurato”.

Non solo, la fotografia è al centro di mostre e rassegne, dove diventa lo spunto per una riflessione su argomenti di forte impatto sociale. Ecco perché le Ong o le agenzie Onu finanziano i fotoreporter, anche per promuovere meglio progetti di contrasto della fame nel mondo o di sostegno e protezione aulle vittime di guerra. Un altro importante strumento di finanziamento è la rete. Siti come Emphas.is sono piattaforme su cui gli utenti-finanziatori possono scegliere tra una serie di proposte di reportage e sovvenzionare quelle di maggior interesse.

A restare ancora immutato, per fortuna, è l’ideale che anima questa professione. “L’obiettivo principale del fotogiornalista – commenta Torsello – è fare della fotografia uno strumento di denuncia e azione sociale. Se vivo una situazione, se ne sono testimone, se la documento e la mostro, denuncio un problema, sollecito una reazione nell’opinione pubblica”. A Torsello fa eco Senigalliesi: “Faccio questo lavoro perché amo la storia più della fotografia. Non mi basta scattare bella foto, voglio trovarmi in quei luoghi dove le cose accadono e voglio viverle da vicino. Raccontare le vite degli altri diventa un viaggio nella storia ma anche nell’avventura personale di uomo”. È proprio in nome di questa esigenza che il 18 marzo 1996, a Sarajevo, Senigalliesi ha scattato la foto di quell’uomo alla finestra, a Sarajevo, ritratto nel momento esatto in cui tenta di spegnere l’incendio. Questa esigenza chiamatela, se volete, missione.

  • Chiara Panzeri


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