Un fazzoletto di pianure e isolotti affacciati sull’Atlantico compongono la Guinea Bissau, fra i più poveri e piccoli Stati d’Africa, a sud del Senegal e sopra la Guinea. Da alcuni anni l’ex colonia portoghese è diventata crocevia dello spaccio internazionale di droga, porto franco e violento degli stupefacenti che alimentano i mercati africani ed europei. Una guerra che, da quando presenta funzionari di governo corrotti in prima linea, ha segnato un decisivo salto di qualità.
Il reportage vincitore del premio “Lens Culture International Exposure” parte proprio dal 2 marzo 2009, giorno dell’assassinio del presidente della repubblica Joao Bernardo Vieira, protagonista delle grandi spedizioni di droga, ucciso a colpi di mitra e machete da un manipolo di soldati ansiosi di sbarcare nel circolo esclusivo dei trafficanti. Il fotografo Marco Vernaschi, nato a Torino ma di stanza a Buenos Aires, ha scelto di coprire la storia dimenticata della Guinea Bisseau attraverso un racconto iconografico in bianco e nero, denso, di forte impatto. L’obiettivo segue le bande di criminali attraverso i bassifondi della capitale, le prostitute stordite dal crack, i boss della malavita epigoni di Scarface, gli spalloni della droga che ingoiano, meticolosamente, innumerevoli capsule di cocaina.
Il lavoro di Marco Vernaschi, che ha trascorso in Guinea Bissau diverse settimane anche grazie ad un sussidio del centro Pulitzer – agenzia internazionale con lo scopo cruciale di raccontare i teatri di crisi – rientra in un progetto più ampio volto a porre al centro della narrazione le attività illegali che hanno sconvolto l’Africa sotto l’influenza di ramificate organizzazioni terroristiche. I canali attraverso i quali circolano fiumi di danaro e connivenze, fra multinazionali del terrore come Al Qaeda e gruppi strutturati di narcotrafficanti, sono numerosi.
«Quando si vuole raccontare la tragedia e la follia che circonda il mondo della droga non si può evitare di essere coinvolti – spiega l’autore dalle pagine di lensculture.com, rivista online che ospita il suo reportage – Per questo ho dovuto creare un fortissimo legame con i personaggi che ho fotografato. Vivendo in un incubo reale la paura e la tensione non mi hanno mai abbandonato. Nonostante tutto, credo che condividere questa storia col resto del mondo fosse la cosa più importante.»