Sotto il profilo psicologico e dal punto di vista igienico la vita quotidiana in un carcere italiano è sempre più difficile. Non solo per i detenuti, ma anche per chi nei penitenziari lavora o va a trovare i parenti o gli amici reclusi. Ogni mese, nei nostri istituti, entrano dagli 800 ai mille detenuti, presto la popolazione carceraria a supererà le 60 mila unità. E’ un volume di detenuti superiore ai posti letto disponibili. Ne servirebbero circa 17 mila in più.
«I problemi di convivenza - spiega Francesco Ceraudo, presidente dell’Associazione dei medici penitenziari e futuro direttore per la Toscana del Dipartimento per la salute in carcere - accrescono il disagio psicologico e le possibilità di ammalarsi di malattie come la tubercolosi africana». Nel 1990 i reclusi erano 25 mila, oggi siamo a quota 55 mila. Solo il 20% dei detenuti sono sani, il 21% vive in condizioni di tossicodipendenza, il 15% soffre di depressione e di altri disturbi psicologici, mentre più di mille detenuti hanno contratto il virus dell’Hiv.
I disagi colpiscono anche i dipendenti della polizia carceraria, i medici, chi si occupa della pulizia dei locali e i parenti in visita. «Le condizioni igieniche e sanitarie – spiega il senatore Filippo Berselli, presidente della Commissione Giustizia del Senato – sono disumane e inaccettabili. L’esempio di Bolzano, dove i detenuti non hanno praticamente spazio per l’ora d’aria è sintomatico. Ci vuole un’analisi bipartisan sui dati che abbiamo inviato alla Commissione Giustizia del Senato perché accettabili condizioni igienico sanitarie delle carceri sono da considerarsi come obiettivo minimo per una democrazia».
L’articolo 11 della legge 345 del 1975 prevede che ogni istituto penitenziario sia dotato di servizio medico e di servizio farmaceutico rispondenti alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti e degli internati, e prevede la presenza di almeno uno specialista in psichiatria. Questi accorgimenti però non sono sempre rispettati anche perché, come si legge sul sito del Ministero di Grazia e Giustizia, «la disciplina fondamentale sul servizio sanitario penitenziario» è «in via di definizione».
E’ compito dello Stato italiano, secondo l’articolo 32 della Costituzione, garantire cure gratuite nel rispetto del diritto del detenuto e nell’interesse della collettività. Questo perché il diritto alla salute dei detenuti è considerato un diritto inviolabile della persona. Tutela, psicologica e sanitaria, che deve avvenire all’interno del penitenziario come previsto dalle Regole Minime dell'Onu per il trattamento dei detenuti, approvate nel 1955 e ribadite dal Consiglio d'Europa il 19 gennaio 1973.
Uno tra i primi provvedimenti di Ceraudo Per evitare il contagio una sarà quello di convincere i detenuti a fare i test di positività sulle malattie infettive. «Solo il test sulla sifilide è obbligatorio - sottolinea il futuro direttore regionale toscano del Dipartimento della salute in carcere -, su tubercolosi, hiv, epatite B ed epatite C cercheremo di spiegare ai detenuti che è nel loro interesse, oltre che giustificato per fini medico-legali, cercare in tutti i modi di evitare il contagio. Medici e infermieri che lavorano negli istituti penitenziari hanno il difficile compito di tutelare ogni giorno il diritto alla salute».