In Sri Lanka dire coraggio è dire giornalista. Il 26 gennaio si vota per eleggere il presidente, a distanza di poco più di un anno dall’assassinio di un collega che si era battuto per denunciare soprusi e irregolarità del regime.
Lasantha Wickrematunge era un giornalista investigativo direttore del The Sunday Times ed è stato ucciso l'8 gennaio da quattro uomini in moto che hanno sfondato il finestrino della sua macchina e gli hanno sparato. Aveva scritto sino al giorno prima, sapendo che avrebbe fatto la fine dei 14 giornalisti morti dal 2006 mentre invano tentavano di documentare una guerra senza fine. Quella guerra che dal 1983 ha provocato almeno 72mila vittime.
Soprattutto nel nord del Paese dove i ribelli delle Tigri Tamil, gruppo separatista organizzato militarmente combattono per la creazione di uno Stato indipendente, il Tamil Eelam.
Lì da anni i ribelli usano l’attacco come difesa. Progettano attentati suicidi, sovrastati dalla repressiva furia operata del governo.
Nel suo ultimo editoriale Lasantha denunciava proprio queste contrapposizioni e si chiedeva che senso avesse essere ancora il giornalista in un Paese che non garantiva protezione a lui e alla sua famiglia. Rifletteva sulla prospettiva di cambiare lavoro, o di cambiare vita fuggendo all’estero.
In realtà Lasantha non ha mai lasciato la sua terra, ad avere la meglio era la coscienza o forse la consapevolezza di voler continuare a chiamare le cose con il proprio nome per raccontare la verità «come uno specchio che può mostrare a una nazione quello che essa è veramente, senza trucchi». Lasantha non esitò a rivolgersi anche al presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapaksa, accusandolo di essere corrotto e di aver calpestato i diritti civili in nome del patriottismo, come nessun altro presidente prima di lui. Ma dopo un anno pare che abusi e soprusi continuino ad essere denunciati.
È successo al Lipton Circle della capitale Colombo, dove oltre 200 giornalisti e attivisti per i diritti umani si sono riuniti, per aderire alla protesta organizzata da 5 grandi gruppi dei media contro l’inadeguatezza delle indagini finora svolte per l’accertamento della morte del giornalista.
E la campagna elettorale prosegue inarrestabile, spesso incurante.
I candidati a correre per la presidenza cingalese sono ventidue. Ma l’uscente Mahinda Rajapaksa, candidato del partito di governo United People’s Freedom Alliance ed ex comandante dell’esercito, pare certo della propria rielezione. Talmente sicuro da aver convocato il voto prima della scadenza naturale del suo mandato nel 2011.
Manifesti, volantini, media e manifestazioni di massa, ogni mezzo è adatto a celebrare la vicina riconferma dell’ultimo re.
Anche il dipartimento delle elezioni cingalesi, il quale, quasi a voler dissimulare l’assurdità della propaganda, precisa che «le elezioni presidenziali, parlamentari, provinciali e locali si svolgono in maniera libera e trasparente». Il clima surreale di indottrinamento è confermato dall’attivista pro-diritti Nimalka Fernando, il quale spiega che «per parecchi mesi, durante l’escalation della guerra e la progressiva sconfitta delle Tigri Tamil, il governo ha montato una campagna per reprimere il dissenso che ha colpito anche i media».
Nemmeno il candidato generale Sarath Fonseka, sostenuto da diversi partiti d’opposizione, sembra ribellarsi allo stato delle cose.
Unici avversari del regime sono gli organi di informazione e, di riflesso, la gente comune.
Per esempio, il Comitato di Protezione dei Giornalisti spinge a contestare lo svolgimento irregolare delle elezioni e i continui scontri che alcuni giorni fa hanno coinvolto due giornalisti della Bbc.
Il capo servizio Sinhala della Bbc è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato attaccato a seguito degli scontri tra gruppi politici rivali mentre un operatore,Thakshila, è stato derubato.
«I due principali candidati alla presidenza, Mahinda Rajapaksa e il suo avversario, l'ex capo dell'esercito Sarath Fonseka, hanno anche avviato azioni legali contro le organizzazioni di media critiche sull’operato di partiti e candidati» precisa il CPJ. E prosegue «Lo Sri Lanka è il quarto paese peggiore al mondo per impunità contro i giornalisti da quando Rajapaksa è al potere».
In verità in Sri Lanka qualcosa sembra muoversi. A partire dai mille tamil, sinhalesi e islamici che da tutto il Paese hanno partecipato al Centro Jayawardana a Colombo il 12 gennaio all’incontro organizzato dal Praja Abhilasha Network, sotto la supervisione del Movimento nazionale di solidarietà dei pescatori per risolvere problemi ritenuti urgenti, quali i profughi di guerra, lo tsunami, le questioni terriere e persino la difficile coabitazione con gli elefanti che devastano le piantagioni. O del giornalista tamil, rilasciato su cauzione Tissainayagam, in attesa del giudizio d’appello. Potrebbe essere condannato a venti anni per “sostegno al terrorismo”, un’accusa mai suffragata da prove ma che lo vedono colpevole di avere criticato la strategia militare in atto contro le Tigri Tamil, movimento ribelle antigovernativo. Arrestato a marzo del 2008 e processato ad agosto dell’anno successivo, dopo 21 mesi di reclusione Tissainayagam è ora in attesa della sentenza di appello.
Continuano dunque le aggressioni e le proposte dei cittadini cingalesi aspettano un cambiamento, nonostante la speranza vacilli e le sconfitte smorzino il coraggio. Come scrisse Lasantha, «viviamo in prospettiva di un'ispirazione per coloro che verranno. Se noi non parliamo ora, non resterà nessuno per parlare per chi non può farlo, per le minoranze etniche, i poveri, i perseguitati».