Il caso Giorgiana Masi


Oggetto: Giorgiana Masi, studentessa 19enne, viene uccisa;
Coordinate: Roma, 12 maggio 1977. Manifestazione non-autorizzata del gruppo dei Radicali;
Chi/Autore: Il libro bianco su Giorgiana Masi redatto dal gruppo parlamentare dei Radicali, edito dal Centro di iniziativa giuridica Calamandrei.

Il caso
Il 12 maggio 1977, il Partito radicale, nella ricorrenza della vittoria del referendum sul divorzio (12 maggio 1974), organizzarono una manifestazione non-violenta per la raccolta delle firme sugli “8 referendum contro il regime” (Trattato e Concordato tra Santa Sede e Italia, codice militare di pace, ordinamento giudiziario militare, norme sui procedimenti e giudizi di accusa della Commissione Inquirente, norme repressive del codice penale, finanziamento pubblico dei partiti, la cosiddetta “legge Reale” - dal nome del repubblicano Oronzo Reale, una delle leggi più liberticide della storia repubblicana, gli istituti manicomiali). La manifestazione fu vietata, nonostante il suo carattere pacifico, ma il palco a piazza Navona era già stato montato e molte persone alle tre del pomeriggio affluivano verso la piazza.

Le forze dell’ordine bloccarono tutti i punti di accesso e non lasciarono passare né i giornalisti né quei parlamentari che cercavano d’intervenire per scongiurare il peggio: anzi, alcuni, come Pinto, furono malmenati, mentre a molti cronisti fu sottratto il proprio materiale fotografico.
Alle 16.00 la situazione degenerò: le forze dell’ordine fanno uso di lacrimogeni e armi da fuoco. Agenti in borghese si erano “travestiti” da autonomi e si mischiarono alla folla.

Intorno alle 19.00, grazie alla mediazione di alcuni parlamentari con le forze dell’ordine, ai manifestanti fu  consentito di evacuare la zona verso Trastevere. Il consenso fu in realtà apparente: da quel momento gli incidenti si fecero più gravi.

Alle 20.30 dello stesso giorno, Giorgiana Masi, una studentessa che faceva parte del corteo dei radicali, fu portata all’ospedale Regina Margherita di Roma: era già morta. Era stata colpita poco prima da un colpo d’arma da fuoco, sparato parallelamente al terreno, che le aveva trapassato una vertebra, l’addome, ed era uscito dall’ombelico. Giorgiana si trovava all’imbocco di Porta Garibaldi, a Trastevere: stava scappando da una carica della polizia che avanzava sul ponte da via Arenula lanciando lacrimogeni e con lei c’erano altri giovani. Giorgiana dava le spalle al ponte: chi la vide stramazzare, con le braccia in avanti, aveva pensato che fosse caduta. Non si rialzò più.
A questo punto, dopo la sparatoria, sul ponte si scatenò l’inferno: alcuni reagirono, formarono barricate, tolsero benzina dalle auto e poi le incendiarono.

È difficile ricostruire quelle sei ore perché emersero, sin dal primo minuto, due verità diametralmente opposte. Ciò che si sapeva per certo era che c’era un cadavere e che, nelle stesse circostanze di tempo e luogo, erano state ferite altre tre persone: Elena Ascione, al retro della coscia sinistra; un carabiniere, Francesco Ruggero, al polso, mentre operava sul ponte; un terzo ragazzo, F.L., che fu trapassato da un proiettile. Questi i fatti.

La versione ufficiale
Il ministro degli Interni Francesco Cossiga, per tutto il giorno irrintracciabile, parlò della manifestazione solo l’indomani. Pur dando atto ai radicali di non praticare la violenza, attribuì gli scontri a “estremisti facinorosi” e negò sia l’uso di armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine sia la presenza degli agenti in borghese. Inoltre, alla Camera dei deputati, si affermò la versione secondo cui la Masi, mentre andava verso viale Trastevere, dove si trovavano cittadini e manifestanti, fosse stata colpita all’addome.
Tutta l’aula fu unanime nella condanna dei radicali che avevano indetto una manifestazione vietata e che, quindi, erano i responsabili di quanto era accaduto.

Nel corso delle giornate successive però, complici la pubblicazione di foto e filmati e sotto la pressione dei Radicali, la versione ufficiale cambiava continuamente: prima gli agenti in borghese non c’erano; poi c’erano ma non erano armati; infine erano armati, ma non sparavano. E così via, per ogni punto contraddittorio sulla vicenda.

12 luglio 1977: il Libro bianco
Contro la linea di Cossiga fu divulgato un dossier del partito Radicale, poi edito due anni dopo dalla fondazione Calamandrei, organizzazione attiva nella tutela dei diritti primari dei cittadini e che si assunse il compito di difendere in giudizio la famiglia Masi. Il libro documentava con moltissime fotografie e 62 testimonianze precise di giornalisti, fotografi, manifestanti, semplici passanti, la presenza incontrovertibile di poliziotti in borghese ripresi con le pistole in pugno. Le fotografie documentavano anche come la controffensiva dei manifestanti si fosse basata sul rilancio dei candelotti sparati dalle forze dell’ordine per disperderli e da qualche automobile messa di traverso nella zona di ponte Garibaldi. Non c’era traccia, invece, delle molotov di cui avevano parlato le forze dell’ordine. Documentati anche i pestaggi, con calci e manganelli, e i candelotti sparati ad altezza d'uomo contro i manifestanti, circondati e caricati. Furono ritratti anche molti altri ragazzi feriti che non erano ricorsi alle cure in ospedale.

Inoltre, nel dossier si riferisce di un oscuro episodio: due vigili urbani in motocicletta con uno o due passeggeri in borghese erano stati visti sparare dal Lungotevere verso il ponte. Ma, soprattutto, è documentato che le forze dell’ordine, al termine della giornata, tornarono sul luogo per rimuovere le auto, ripulire il ponte e, quindi, raccogliere i bossoli della sparatoria.

Parte integrante del libro, poi, sono le conversazioni stenografate delle Camere, raccolte nei mesi successivi. Con esse il partito voleva smontare la linea del governo, sottolineando la precarietà delle asserzioni e la superficialità delle comunicazioni ufficiali divulgate. Infine, erano state riportate anche le scelte editoriali di molti giornali che, dopo le reazioni di Cossiga, avevano aggiustato il tiro tacendo verità via via emerse.

A rinforzo di questa pubblicazione il gruppo Radicale, il 5 novembre 1977, rese pubblico un filmato della manifestazione: è questa la prova definitiva che Cossiga aveva mentito in Parlamento.

Iter processuale
Il 13 maggio fu aperto il procedimento “Atti relativi alla morte di Giorgiana Masi”. Il pubblico ministero dispose una perizia medico-legale e balistica sul corpo di Giorgiana e sui due feriti. Nove mesi dopo, i risultati furono considerati errati dalla parte civile.

L’anno dopo la difesa passò agli avvocati Boneschi e De Cataldo. Il loro lavoro si sarebbe basato soprattutto sull’esame e sulla ricostruzione dei fatti, grazie alle testimonianze e alle fotografie raccolte nel Libro Bianco. A complicare il lavoro dei legali, però, fu un ritrovamento “misterioso”: cinque giorni dopo l’uccisione di Giorgiana un netturbino ritrovò nei giardinetti di piazza Augusto Imperatore un sacco di iuta contenente due pistole mitragliatrici, un mitra, una baionetta, delle munizioni e una Smith & Wesson che, secondo il giudice istruttore, poteva effettivamente essere stata adoperata per colpire le tre vittime.

Il 6 novembre 1978 le parti civili presentarono le proprie relazioni tecniche dove smontavano, pezzo per pezzo, le due perizie. Ma il 15 gennaio 1979 il pubblico ministero depositò la propria requisitoria chiedendo il non luogo a procedere: gli autori del fatto sono ancora ignoti. Tra il 20 febbraio e il 6 marzo 1979, con due lunghe memorie, la parte civile ritornò alla carica e chiese accertamenti sulle comunicazioni delle forze dell’ordine via radio.

L’8 maggio 198, a quattro giorni dal quarto anniversario, arrivò la richiesta con sentenza istruttoria di proscioglimento. La sentenza del giudice D’Angelo ricordava che «nessun colpo risulta esploso dai carabinieri né dalla polizia né dal personale in borghese».

La pubblicazione della sentenza di proscioglimento fece notizia, i giornali ne parlarono. In particolar modo Il Messaggero che, per tutta la durata della vicenda, si era impegnato a smascherare i poliziotti travestiti da guerriglieri.

Il caso Masi oggi
A pagare finora era stato solo il questore di Roma Domenico Migliorini, rimosso dall’incarico a fine dicembre 1977. Il Corriere della Sera pubblicò, il 25 gennaio 2007, la dichiarazione dell’ex Ministro dell’Interno Francesco Cossiga che affermava di essere una delle cinque persone a conoscenza dell’identità dell’assassino. L’anno dopo, a seguito di un’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale, nella quale Cossiga suggeriva l’uso della violenza nei confronti dei manifestanti, la senatrice Radicale Donatella Poretti aveva deciso di depositare un disegno di legge per l’istituzione d’una commissione d’inchiesta sull’omicidio Masi.

Ad oggi molti sostengono che, in quel 12 maggio 1977, si cercasse a tutti i costi il morto e che, in fondo, anche questa sarebbe stata una strage di Stato.

  • Giulia Dedionigi, Carlotta Garancini, Tancredi Palmeri

 

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