Erano una cinquantina davanti alla Prefettura di Milano, in gran parte kurdi rifugiati politici in Italia, oltre ad alcuni italiani solidali con la loro causa. Manifestavano per richiamare l’attenzione verso le difficili condizioni della minoranza kurda in Turchia dove, lo scorso 11 dicembre, la Corte costituzionale ha messo fuori legge il Dtp (Partito per una Società Democratica).
Accusato di collusione con il Pkk, il movimento armato guidato da Abdullah Ocalan, considerato gruppo terroristico da Turchia, Usa ed Unione Europea. Nello stesso momento, un presidio analogo si svolgeva a Roma, davanti al Parlamento. Il Dtp è il partito di maggioranza nella zona kurda del Paese, dove alle elezioni comunali del marzo scorso ha raccolto il 65% dei voti ottenendo il governo di 99 comuni. Grazie alla sua forza nella regione, è riuscito anche a entrare nel Parlamento nazionale turco (dove sono solamente quattro i partiti rappresentati) con 21 deputati su 550.
I due maggiori esponenti del partito, il leader Ahmet Turk e la deputata Aysel Tugluke, sono stati espulsi a vita dal Parlamento, mentre altri 35 membri sono stati sospesi per cinque anni. La messa al bando del Dtp non è stata comunque un fulmine a ciel sereno. Da oltre due anni il caso era all'esame della Corte costituzionale e nel 2009 erano stati oltre 500 i membri del partito arrestati: dirigenti, sindaci, semplici tesserati. Lo stesso Dtp aveva probabilmente capito che la decisione era nell'aria e, nell'estate del 2008, aveva fondato il Partito della Pace e della Democrazia (Bdp), sorta di partito “paracadute” nel quale sono ora confluiti i suoi 19 deputati rimasti.
Non è la prima volta che i partiti della minoranza kurda subiscono la scure della Corte Costituzionale turca. Il Dtp è infatti il sesto partito kurdo ad essere stato messo al bando in vent'anni, con l'accusa di minare l'unità dello Stato, in base alla Costituzione promulgata all'epoca della dittatura militare nel 1980 e ancora in vigore.
Le reazioni in Europa. L'eco della chiusura del Dtp è giunta sino al tavolo del Consiglio d'Europa, dove il presidente dell’Assemblea Parlamentare, Luís Maria de Puig, ha espresso preoccupazione, auspicando che «le autorità turche rivedano al più presto le leggi sui partiti politici, portandoli in linea con le disposizioni previste dalla Corte europea per i diritti umani». Il governo italiano non ha invece preso posizione sulla questione e al momento nemmeno le manifestazioni di Roma e Milano (svoltesi davanti a luoghi istituzionali proprio per sollecitare un’attenzione politica sul tema) hanno sortito risultati in questo senso. Solo il deputato dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando, presente alla dimostrazione di Roma, ha assicurato che chiederà al governo di «impegnarsi per attivare un’azione internazionale per fermare queste violazioni».
Un popolo senza Stato. Politicamente la regione del Kurdistan è divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Ad oggi solo il Kurdistan iracheno gode di autonomia politica, come regione federale dell'Iraq, mentre in tutte gli altri Stati i kurdi vivono la condizione di minoranza non riconosciuta e, spesso, repressa. Anche in Iran, dove Amnesty International ha denunciato l'imminente esecuzione di 17 prigionieri politici kurdi condannati a morte.
Con quasi 400mila chilometri quadrati di territorio rivendicato, e circa 35milioni di abitanti, il Kurdistan rappresenta il popolo senza Stato più numeroso del pianeta. In Turchia iniziarono a reclamare l'autodeterminazione nel 1920, mentre ancora fumavano le ceneri dell'Impero Ottomano. Nel 1974 il Pkk diede il via alla lotta armata per l'indipendenza, in risposta l'esercito di Ankara aumentò la stretta militare nei confronti dei kurdi: ebbe inizio così un conflitto che in venticinque anni ha provocato oltre trentamila vittime, mentre sarebbero diecimila i detenuti politici kurdi reclusi in Turchia. Ma, nonostante le cifre, si tratta di uno di quei conflitti che vengono detti a “bassa intensità” e per questo non guadagnano praticamente mai l'attenzione dei grandi media.
Il difficile processo di pace. Da quando in Turchia è salito al potere l'Akp (nel 2003) il premier Recep Tayyip Erdoğan ha avviato una serie di aperture verso la minoranza kurda. Pur continuando a rifiutare di trattare la pace con il Pkk, Erdoğan ha avviato il progetto di “iniziativa democratica” che prevede una serie di concessioni ai kurdi, tra le quali la possibilità di parlare la lingua kurda nei luoghi di culto, in parlamento e nelle scuole, e di rinominare con l'antico toponimo kurdo i nomi delle città dove vivono da secoli. Si tratta di una proposta che tralascia alcune importanti questioni (come quelle relative ai detenuti politici e all'autonomia amministrativa), ma è sicuramente un passo avanti per una società dove, ancora oggi, parlare la lingua kurda in pubblico comporta l'arresto.
Il problema è che questa proposta ha trovato moltissime resistenze, non solo tra i tanti kurdi che si riconoscono nel Pkk e reclamano l'indipendenza tout court da Istanbul, ma soprattutto nell'opposizione nazionalista turca, sia laica che religiosa, e nell'esercito, istituzione che condiziona pesantemente lo Stato turco, avendo il potere di garante della costituzione e supervisore dell'attività parlamentare. La messa al bando del Dtp e la persistente repressione militare nei confronti dei kurdi (10mila arresti nel 2009 e frequenti bombardamenti nelle zone del Kurdistan controllate dal Pkk), è interpretata da molti analisti come una strategia dei poteri militari e nazionalisti tesa a impedire la costruzione di un clima socio-politico favorevole alla pacificazione. Nel frattempo il Pkk ha ripreso la lotta armata, dopo quasi un anno di tregua unilaterale, uccidendo 8 militari in un attacco nella regione orientale di Resadiye.
Nonostante gli ostacoli Erdoğan non ha fermato il piano “iniziativa democratica”, ma si trova in una posizione sempre più delicata, con l'opposizione che lo accusa di «tradimento della patria» e di «trattare coi terroristi», mentre le elezioni, previste nel luglio dell'anno prossimo, si avvicinano.