"I-Pad nel mirino degli hacker”, “Hacker mette in vendita un milione e mezzo di profili su Facebook”. Queste sono solo alcune delle notizie che escono ogni giorno sul web e che riguardano i pirati del nuovo millennio. La loro bravura è arrivata a un livello di raffinatezza tale che, lo scorso novembre, un hacker svizzero ha superato persino l’inattaccabile sistema di sicurezza del Vaticano. Ma non per rubare segreti o numeri di conti; piuttosto per spiegare ai vescovi europei i segreti del web e della pirateria informatica.
A proposito di hacker non c’è nessuno meglio di Carlo Gubitosa, per parlarne. Un giornalista talmente appassionato di tecnologia da autodefinirsi un “tecnofilo cronico” e da dedicare al tema dei pirati informatici ben due libri: Elogio della pirateria. Dal Corsaro Nero agli hacker, dieci storie di ribellioni creative (Terre di Mezzo, 2005) e Hacker, scienziati e pionieri (Stampa alternativa, 2007).
Il termine hacker non ha assunto una connotazione troppo negativa?
Il termine è stato spesso associato al concetto di “criminale informatico”, ma la comunità degli hacker si caratterizza per un piacere tutto tecnologico di problem solving. Gli hacker applicano la propria intelligenza a qualsiasi sfida intellettuale, ma con spirito giocoso. Quest'attitudine ad affrontare come un gioco anche i problemi più seri distingue gli hacker da altri programmatori che hanno le stesse abilità, ma che le considerano unicamente come uno strumento di lavoro, e non come un modo per esprimere liberamente la propria creatività attraverso la tecnologia.
Qual è l'obiettivo principale degli hacker?
Non è semplicemente far funzionare le cose, ma giocare con la logica e le tecnologie per trovare soluzioni che siano anche eleganti, e non solo efficaci. In gergo, “a good hack” è una soluzione brillante ad un problema informatico o di natura pratica. Il verbo “to hack” significa letteralmente “smontare”, e l'approccio degli hacker alle tecnologie è simile a quello di quei bambini che smontano il ferro da stiro di casa violando le regole imposte dalla mamma per vedere come è fatto dentro e capire come funziona.
Come si diventa hacker? Lo si diventa per caso o si deve “studiare”?
L'attitudine all' hacking è innata, non si può acquisire con lo studio. È una naturale e innata curiosità per le cose che ti spinge a voler capire come e perché funzionano, e se possono funzionare meglio di come vogliono farle funzionare le aziende. L' I-phone era un telefono programmato per fare quello che voleva la Apple, ma un gruppo di hacker ha realizzato dei software che permettono il “jailbreak”, cioè l'utilizzo del telefono per fare quello che vuole l'utente che l'ha pagato e comprato, aggirando i vincoli predisposti dall'azienda produttrice.
Qual è la sua opionine sui pirati informatici e sul loro mondo virtuale?
Penso che nella storia dell'informatica gli hacker abbiano stimolato l'innovazione tecnologica molto più di quanto non abbiano fatto le grandi aziende. Basti pensare che la trasmissione di dati a “pacchetti di bit” è stata realizzata in solitaria da un ricercatore, Paul Baran, che ha dovuto combattere contro l'aperta ostilità delle compagnie telefoniche dell'epoca, convinte che questa soluzione non avrebbe mai funzionato.