Luca Boneschi si definisce oggi “l’unico imputato” della vicenda Masi. Avvocato milanese, difensore di Valpreda nel processo di Piazza Fontana, a partire dal gennaio del 1978, insieme a Franco De Cataldo, rappresentò civilmente la famiglia Masi nell’indagine. Quando l’istruttoria si concluse nel 1979 con l’archiviazione, un giornale pubblicò, riprendendola dall’Ansa, una critica dichiarazione di Boneschi nei confronti del giudice istruttore, che aveva poi denunciato l’avvocato per diffamazione.
All’epoca dei fatti, Boneschi era stato eletto alla Camera dei Deputati nel Partito Radicale, ma si dimise per affrontare il processo a Perugia. A questo proposito, nel libro del 2004 Roberto Franceschi: processo di polizia, Boneschi afferma: «Chi scrive non sa quando finirà, né come. E talvolta sorride pensando alla fatica e ai sacrifici fatti in nome di Giorgiana, che l’hanno portato, pur non volendolo, a essere l’unico imputato di questa vicenda cui non si vuole aggiungere altro aggettivo se non amara».
Cosa pensa invece l’avvocato Boneschi della vicenda Masi? È ancora lui a rivelarlo nel libro: «Non si saprà mai chi ha ucciso Giorgiana Masi: gli “sciacalli”; o se a sparare siano state le forze dell’ordine con una pistola di ordinanza. Ognuno tragga la morale che preferisce: e se qualche studioso volesse ripercorrere il processo, chi scrive ha tenuto le carte per vent’anni e le conserverà ancora, finché non sbiadiranno del tutto».
Come si è trovato a rappresentare civilmente la famiglia Masi?
Sono subentrato a Oreste Flamminii Minuto, un avvocato di Roma, perché il patrocinio della famiglia Masi era stato assunto dal Partito Radicale, che aveva chiesto a Franco De Cataldo, conosciutissimo avvocato romano, e a me, che in quel momento stavamo costituendo il centro Calamandrei, di assumere la difesa della parte civile al posto di Flamminii. Io allora facevo la spola tra Milano e Roma.
In casi di questo genere come si muove la difesa?
L’aspetto sostanziale di un processo civile non è tanto la condanna dei colpevoli, che è una soddisfazione morale, quanto il risarcimento del danno, che ha un aspetto sostanziale.
Nel processo Masi era complicato dimostrare qualsiasi cosa perché, non essendo stato trovato il proiettile, era un’impresa disperata risalire all’arma. Il nostro tentativo è stato quello di ricostruire una situazione di probabilità. C’era la polizia, c’erano i dimostranti, Giorgiana Masi andava in una certa direzione, la polizia era posizionata in un certo punto.
Era difficile, ma era l’unica possibilità che avevamo per individuare il responsabile, o quanto meno la categoria responsabile. Il giudice ha ritenuto invece che non fosse possibile individuare il colpevole in alcun modo.
Il fatto che la prima perizia della Procura fosse “superficiale” ha favorito la vostra controperizia?
Quando abbiamo fatto vedere i primi risultati al nostro perito ha intuito subito che non potevano essere veritieri e ha fatto le sue prove. Con coraggio, attraverso un esperimento con la vertebra di un maiale, ha potuto verificare come la pallottola indicata nella perizia non potesse trapassare la colonna vertebrale della Masi e quindi doveva per forza trattarsi di una pallottola blindata sparata da un’arma molto più potente e da una distanza notevole.
Purtroppo l’elemento che avevamo a disposizione per la controperizia era solo il cadavere. C’erano anche i vestiti; poi, a un certo punto non si trovarono più. Se si fosse sparato a bruciapelo sarebbe rimasto un tipo di alone sul vestito che invece non c’era: bisognava aver sparato almeno a una certa distanza, a parecchi metri. Giocavamo su quello per sostenere che il colpo doveva essere partito dalla polizia, non da uno dei ragazzi che correvano vicino a Giorgiana.
Purtroppo la certezza scientifica è abbastanza opinabile, soprattutto se non c’è traccia della pallottola. Ho assistito un paio di volte alle perizie: in certi casi è stata un’esperienza molto interessante, perché anche gli esperti d’armi, in mancanza di una prova tecnica, non riescono a capire quale possa essere esattamente l’effetto di quell’arma.
Quando la nuova difesa subentrò, pose immediatamente l’attenzione anche alle testimonianze giornalistiche, alle fotografie e ai filmati. Non era stato dato loro il giusto peso nella fase precedente del processo?
In una prima fase la famiglia era stata assistita in condizioni molto precarie: il materiale all’inizio non era disponibile. Inoltre, a quei tempi, il processo penale era diverso: c’era una prima fase, l’istruttoria sommaria, che spesso si concludeva subito ed era seguita dal dibattimento; in altri casi, la prima fase si trasformava in istruttoria formale ed era il giudice a decidere se rinviare il caso a giudizio o archiviarlo.
In questo caso il giudice aveva archiviato l’indagine in quanto ignoti gli autori del fatto e perché riteneva impossibile individuare gli sparatori o, meglio, stabilire scientificamente da dove provenisse il fuoco. La nostra ipotesi era che i colpi sparati quel giorno, tanti, come si vede dalle foto, non potevano che partire dalla polizia. Secondo il giudice, invece, c’erano altri scenari, oltre a quello poliziesco, di gruppi non identificati che potevano aver sparato. Poi c’era stato lo strano ritrovamento di alcune armi.
Capire come siano andate le cose è davvero difficile; nella costruzione difensiva era però possibile individuare nella polizia gli autori della sparatoria, anche grazie alle registrazioni delle forze dell’ordine con le loro tempistiche: si capiva che erano stati dati certi ordini. Il nostro problema era non riuscire a dimostrare che a sparare era stata un’arma in dotazione alle forze dell’ordine e, quindi, non riuscire a chiedere il risarcimento del danno.
Come avete recuperato il materiale fotografico raccolto nel Libro Bianco?
La raccolta delle testimonianze, soprattutto quelle fotografiche, era stata fatta nei mesi successivi alla tragedia da Roberto Cicciomessere del Partito Radicale. C’era stato qualche giornale che aveva pubblicato le prime foto e poi ne erano seguiti altri. Da lì si potè risalire ad altre fonti.
È il vulnus che cambia la situazione il fatto che ci sia stato un giornale che abbia scritto? Il primo fu Il Messaggero…
L’importanza dei giornalisti è proprio questa. Se riescono ad avere dei documenti, li mettono insieme, li pubblicano, e se ne viene a conoscenza. Il lavoro del Messaggero può avere agevolato non tanto il processo, quanto l’aspetto politico. Davanti a un ministro che afferma che la polizia non ha sparato, la pubblicazione di queste foto, con poliziotti in borghese e armati, smentisce le dichiarazioni ufficiali. Inoltre, le foto mostrano come i poliziotti non fossero vestiti in modo qualunque: avevano il tascapane, dunque erano il prototipo dell’Autonomo del 1977. Il Partito Radicale giocò tutta la sua campagna sulla supposizione che in quel giorno il Governo avesse cercato a tutti i costi il morto.
Per la prima volta fu documentata la presenza di poliziotti in borghese, e questo è importante, rispetto alla storia dell’ordine pubblico. Sono stati anni difficili, quelli dal 1968 in avanti; in particolare il 1977, quando ci furono i primi episodi terroristici. La situazione era molto delicata.
Avete pensato di chiedere ai giornalisti, ai passanti, ai manifestanti e ai poliziotti di offrire le loro testimonianze anche durante il processo?
Prima di tutto avevamo chiesto che venissero interrogati tutti gli agenti che si trovavano sul ponte. Questo era stato fatto in parte, ma gli interrogatori erano stati abbastanza sbrigativi.
Avremmo potuto certamente richiamare giornalisti e passanti in aula ma, ai fini del processo, non so quale utilità avrebbe avuto. Lo scopo del libro era quello di documentare che la polizia avesse sparato e che c’erano poliziotti travestiti da autonomi ma, per individuare gli autori del delitto Masi, quelle testimonianze non giovavano, non portavano a nessun risultato pratico di rilievo. Era molto più interessante, invece, analizzare le comunicazioni e gli spostamenti della polizia, e determinante avere le foto per dimostrare che le forze dell’ordine avevano sparato; infine, era necessaria la perizia balistica per dimostrare che l’arma non era quella in un primo tempo indicata.
Siete riusciti ad avere facile accesso alle fonti? Avete mai subito tentativi di depistaggio durante tutto il periodo dell’indagine?
Da questo punto di vista il giudice aveva lavorato bene, erano tutti atti acquisiti e depositati. Un vero e proprio depistaggio c’era stato, ma nel processo di piazza Fontana. Però, anche su quella vicenda, nonostante le prove fossero state distrutte, si riuscì a ricostruire, con quel che rimaneva delle due bombe, il tipo di borsa, il tipo di timer e il tipo di esplosivo utilizzati.
Da parte dell’opinione pubblica c’era attenzione per l’omicidio Masi? E da parte del Parlamento? Alcune immagini ritraggono l’aula vuota nei momenti cruciali…
C’era moltissima attenzione da parte della gente, il fatto aveva molto colpito l’opinione pubblica, soprattutto a Roma, perché la manifestazione era nata come atto pacifico. Del resto, in Parlamento il Partito Radicale è riconosciuto come una forza politica assolutamente non violenta; un’opinione che si può condividere o no, ma quel che è certo è che i Radicali non sono militanti che vanno in piazza con le spranghe o con le pistole, a sparare. I Radicali, però, non sono mai stati simpatici a nessuno, né a destra né a sinistra.
Quanto ha contato allora sull’esito finale della vicenda il fatto che, a essere protagonisti, fossero i Radicali?
I Radicali in quel momento avevano quattro parlamentari. Erano una piccolissima forza che aveva sconvolto il Parlamento: allora le Camere si reggevano su partiti non così contrapposti come si potesse credere. Era un clima molto pesante: l’inizio delle Brigate Rosse, il rapimento di Aldo Moro, governi di unità nazionale a maggioranza democristiana che passavano spesso con l’astensione del Pci.
All’epoca dei fatti condivideva la tesi dei Radicali?
Sì, allora lavoravo a stretto contatto con loro.
Se fosse stato coinvolto un altro partito, l’episodio avrebbe pesato di più anche per la stampa?
È possibile.
Come reagì la famiglia Masi in questa fase istruttoria?
La famiglia Masi era costituita da padre, madre, Giorgiana e sorella. Ho lavorato soprattutto con la sorella, che è quella che ha seguito l’indagine e che, soprattutto, mi ha molto sostenuto nel processo che ho subito io. Negli anni Settanta, però, le indagini erano molto diverse da oggi, il ruolo della parte lesa era modestissimo e anche la funzione degli avvocati di parte civile era marginale. Era tutto in mano alla Procura della Repubblica.
Oggi i genitori di Giorgiana sono morti, la sorella c’è ancora, ma ha scelto la sua vita, lontano da quei giorni.
Da dove nasce il processo che ha subito per diffamazione?
Che la polizia quel giorno abbia sparato era assodato, lo dicevano anche le fotografie. Che avessero sparato anche altri soggetti non in divisa è probabile. Se questi fossero poliziotti o autonomi non sono in grado di dirlo. Si poteva dare una lettura, ma se ne poteva dare anche un’altra.
La mia condanna sul lavoro svolto dal giudice non derivava da un dissenso sull’esito dell’inchiesta, quanto dal fatto che la Procura non avesse fatto il suo dovere avendo omesso alcuni accertamenti che, secondo me, si dovevano fare.
Questo pensiero fu travisato dalla stampa e ricevetti una querela per diffamazione. Non so ancora adesso come siano andate esattamente le cose: ho sicuramente parlato al telefono con più di una persona, quel giorno, e può darsi che abbia anche espresso dei pareri. Ma la dettatura all’Ansa di un comunicato virgolettato non è stata fatta da me e non è stata autorizzata da me. Faccio l’avvocato e so quali sono i limiti della critica.
Il processo Masi ha un futuro? E le recenti richieste di aprire delle commissioni d’inchiesta?
Il processo è chiuso. Credo poco alla possibilità di ricostruire a trent’anni di distanza una verità attendibile. La maggior parte delle persone che potrebbero sapere probabilmente non ci sono più, sono morte o sono molto vecchie. È passato troppo tempo. Negli archivi di Stato si potrebbero trovare delle notizie sconosciute, ma sarebbero delle conferme alle ricostruzioni già fatte, non sarebbero delle sorprese.
Cossiga, in diverse occasioni, ha affermato di essere a conoscenza del nome dell’assassino di Giorgiana insieme ad altre quattro persone. Da avvocato, ma anche da uomo che è stato coinvolto nella vicenda, come si è posto dal punto di vista civico? È giusto dirlo o non dirlo, e perché non dirlo?
Sono sempre rimasto scettico. Se una persona che è stata alla presidenza della Repubblica, che è stata ministro degli Interni, che dice di sapere ma non rivela, probabilmente ritiene che ci sia un segreto di Stato da nascondere. Quindi, ritorniamo all’ipotesi che, se c’è qualcuno da proteggere, non è certo un ragazzo aspirante terrorista o un autonomo che quel giorno girava armato e che si divertiva a sparare. È possibile che Cossiga lo sappia, e probabilmente sa se è davvero stata la polizia a sparare o sa qual è il reparto di polizia che ha sparato. Non posso avere alcuna stima per questa persona.
Oggi, se capitasse un episodio del genere, chi si occuperebbe di scrivere il Libro bianco?
Per fortuna recentemente non sono capitati fatti simili, ma il Partito Radicale è ancora pronto a rispondere e a reagire.
E la stampa?
Credo nella funzione della stampa, anche se sono molto critico: credo che ci siano ancora oggi bravi giornalisti che sanno fare inchiesta, che hanno la capacità tecnica di farla e che, di fronte a episodi di questa gravità, si muoverebbero. Su piazza Fontana, se non ci fossero stati alcuni giornalisti molto determinati a capire cos’era successo, ci sarebbe sicuramente voluto più tempo per arrivare a una verità, magari non giudiziaria, ma almeno politica.
La situazione, oggi, è molto cambiata. Per esempio, in questi mesi per la strage di piazza della Loggia è in corso il processo a Brescia. Se ne parla pochissimo o per niente.
Perché?
Perché si pensa che non interessi all’opinione pubblica. Probabilmente i giornali locali ne parlano, quelli nazionali ne parleranno se uscirà una sentenza, ma non c’è il cronista che riporta giorno per giorno le fasi del processo. Interessano di più vicende come quelle di Garlasco o di Perugia: fatti di cronaca nera che alzano le vendite dei giornali.
Anche nel caso Masi, a un certo punto, siete stati lasciati un po’ soli?
Il caso Giorgiana Masi era veramente difficile. Il Messaggero ci ha provato e ha continuato a seguire il caso anche dopo l’archiviazione, occupandosi anche del mio processo, nel quale ero imputato insieme al direttore della testata Vittorio Emiliani. Forse, se ci fosse stato il processo Masi, ci sarebbe stata più attenzione al caso o qualche giornalista in più disposto a indagare. Lo sforzo maggiore, invece, è stato quello dei Radicali.
Chi oggi mette a frutto quella lezione sulla controinformazione?
Leggo con grande attenzione gli articoli di D’Avanzo che sono una miniera di informazioni su come va un certo argomento o su come lo vede lui stesso. Forse, per ragioni di lavoro sono sempre cauto su quello che leggo: non ci credo mai al 100%. Mi capita per lavoro di conoscere alcuni argomenti e di leggere sui giornali informazioni che non sono assolutamente attendibili. Riguardo al passato posso farvi tutti i nomi che volete, sul presente no. Del resto, oggi, il giornalista tende più a mettersi all’interno delle situazioni e poi a raccontarle: ed è questo il tipo di inchiesta che si fa oggi.
I giornalisti tendono a essere più organici rispetto al potere?
Come in tutte le professioni ci sono giornalisti molto organici al potere e giornalisti che lavorano con una notevolissima autonomia intellettuale. Anche fare un paragone tra allora e oggi è difficile. Per esempio, piazza Fontana è stato un avvenimento talmente dirompente e gestito così male dall’autorità pubblica che ha suscitato proprio la curiosità e l’indignazione di parecchi giornalisti. Le versioni di Valpreda colpevole e soprattutto quella di Pinelli che si butta dalla finestra erano talmente rozze, così come la conferenza stampa del questore di Milano sulla morte di Pinelli, che in pochi ci hanno creduto. Alcuni sono stati molto cauti, altri hanno cercato di vederci chiaro e hanno cominciato a scrivere articoli che hanno portato pian piano l’opinione pubblica a dubitare della versione ufficiale. Scesero in campo giornalisti di primaria importanza come Corrado Stajano, Camilla Cederna, Giampaolo Pansa, Giorgio Paolucci e testate come L’Unità e La Stampa.
Credo assolutamente e sinceramente nella capacità dei giornalisti di essere autonomi, di svolgere inchieste, di saper leggere le dichiarazioni ufficiali. In questo senso, credo non sia cambiato molto: anzi, le esperienze passate hanno rafforzato questa concezione del mestiere. I giornalisti “cane da guardia” sono di più e più accorti.
Qual è il rapporto dei giornalisti con la magistratura?
Non mi sembra che ci siano giornalisti portavoce della Procura della Repubblica, come si dice da tante parti. Anche un giornalista come Marco Travaglio, che passa come portavoce della Procura della Repubblica, è in realtà una persona che ha una notevolissima capacità di documentarsi. Le cose che dice non sono notizie filtrate chissà da dove: sono scritte in atti giudiziari che lui riesce a mettere in fila. Deve avere un’imponente capacità organizzativa del suo archivio, per cui riesce a ricostruire posizioni che altri non riescono o che non hanno voglia di ricostruire.
È chiaro che oggi un giornalista, avendo bisogno di informazioni dall’autorità giudiziaria cerca di avere un buon rapporto con i magistrati. Ma ci sono anche altre fonti: gli avvocati che hanno gli atti, i testimoni che possono raccontare quello che hanno riferito nelle loro deposizioni, gli imputati che possono parlare, la polizia giudiziaria.
Tuttavia, non immagino il magistrato che si rivolge al giornalista. Al contrario vedo il giornalista andare dal magistrato, per ottenere informazioni da lui. Il caso di Renato Farina che va da Spataro a carpirgli informazioni perché così gli hanno detto di fare i servizi segreti è abbastanza sintomatico.
Ha qualche ricordo particolare dell’epoca, un episodio significativo cha la riporta a quegli anni?
La strage di piazza Fontana mi ha cambiato sicuramente la vita. La mattina del 12 dicembre 1969 Pietro Valpreda era nel mio studio. Mi sconvolse il fatto che tre giorni dopo lo arrestarono e indicarono come il “mostro” di piazza Fontana. È stata una reazione assolutamente spontanea e priva di qualunque interesse personale pensare subito a difenderlo, convinto che non c’entrasse niente.
Oggi ho 70 anni, allora ne avevo 30 ed ero un avvocato alle prime armi, soprattutto non esercitavo il penale, ma il civile-commerciale. Quando misero in galera gli amici mi dissi: «Qui bisogna attrezzarsi in modo diverso». I primi che misero in carcere furono due ragazzi più giovani di me che avevo conosciuto al liceo e che erano Radicali. Avevano distribuito dei volantini contro la guerra ed erano stati arrestati con l’accusa di disfattismo. L’esame di procuratore l’avevo già fatto, ma non avevo nessuna dimestichezza col processo penale, quindi andai da un avvocato più esperto e mi feci aiutare. Il mio lavoro di base rimaneva comunque quello del civilista, anche perché era quello che mi dava da vivere. Per il penale non venivamo pagati neanche un po’. Anzi, a volte ci rimettevamo di tasca nostra. Tutta Piazza Fontana è “nata” per passione.