«Quando suona il postino urlando “atti giudiziari!”, prima spero sia una multa, poi che sia una querela, ma il più delle volte è una causa civile. Questo spiega il fatto che un giornalista lavori pensando, non tanto al telespettatore, quanto al giudice, e finisca col dedicare la maggior parte del tempo a difendersi anziché al prodotto».
Per Milena Gabanelli, il pensiero è libero, ma quando si denuncia occorre prudenza, soprattutto quando un’inchiesta tocca argomenti scomodi o poteri forti. Ma a volte la prudenza non basta. Come garantire il controllo e la critica del potere è faccenda da equilibristi, costretti a muoversi su un terreno insidioso e a contemperare diritto di cronaca e la tutela della personalità umana e dell’onore. Se è corretto che chi si sente diffamato possa querelare, è pur vero che un sistema giudiziario come quello italiano, in cui le cause hanno tempi lunghissimi e costi esorbitanti, permette abusi e strumentalizzazioni.
«Oggi la difficoltà principale del giornalismo investigativo non è tanto andare in onda, ma procurarsi tutti gli elementi che occorrono per costruire l’inchiesta - sostiene Milena Gabanelli - . In primo luogo perché quasi tutti si sottraggono alle nostre domande: la cultura di questo Paese è quella di rispondere solo ai “giornalisti amici”. In genere, per intimorirci, ed evitare che la trasmissione torni sull’argomento, poi ci trascinano in tribunale con cause civili miliardarie».
Se la civiltà moderna si è formata sul riconoscimento di alcune garanzie, oggi il gioco dei potenti è diventato quello di strumentalizzare queste garanzie a fini personali. Ecco quindi che il diritto può essere utilizzato per seppellire chi di mestiere fa il controllore del potere. Milena Gabanelli ha sollevato il problema di recente, quando si è prospettata la possibilità che la Rai sospendesse la copertura legale al programma, lasciando gli autori dei servizi - quasi tutti freelance - esposti al rischio delle querele e delle cause civili.
Di per sé si potrebbe pensare che non ci sia niente di patologico nella possibilità di essere citati in giudizio da chi si sente diffamato: se il giornalista ha lavorato con coscienza, questo gli sarà riconosciuto dalla sentenza e vincerà la causa. Il fatto è, però, che nel sistema italiano essere trascinati in tribunale, specialmente in una causa civile, significa già di per sé perdere, ancora prima dell’esito del giudizio. «Il problema non è solo la durata dei processi civili e i loro costi, ma anche il fatto che chiunque può trascinarti in un tribunale civile anche senza una vera ragione», spiega la Gabanelli. «In un caso siamo stati citati in sede civile da un collega giornalista. L’intera causa si fonda sull’esistenza di una liberatoria, che però noi abbiamo, contrariamente a quanto sostiene la controparte. Nonostante sia una “causa vinta” prosegue da sette anni, perché questi sono i tempi dei processi civili».
Meglio quindi una querela per diffamazione che una causa civile. «Nelle cause penali c’è un magistrato che valuta preliminarmente se procedere con il processo o meno. In un processo civile, invece, c’è la possibilità di trascinare in giudizio chiunque, anche senza motivazione, perché chi ti porta in tribunale non pagherà altro se non le spese legali. Quindi, se chi cita in giudizio è un uomo potente che vuole intimidire, non mette in atto nessuna riflessione sulle conseguenze che può avere per il giornalista l’essere trascinati in tribunale».
Ma come si distingue una “causa pretestuosa” da una “legittima”? Gabanelli: «Per me una causa pretestuosa è quella in cui ciò che è presente in citazione non corrisponde a verità in maniera immediatamente evidente. Il problema è che, non essendoci una fase di filtro preliminare nel processo civile, una causa va avanti anche anni prima che si possa accertare se è pretestuosa».
Una soluzione è stata raggiunta con la riforma del 2009 e con l’articolo 96 del codice di procedura civile. La riforma ha introdotto la possibilità di punire la lite temeraria, cioè l’azione promossa senza fondamento, condannando al risarcimento dei danni o a una somma determinata. Ma l’articolo 96 è poco applicato. Senza contare il resto.
«La condanna - continua la giornalista di Report - è una sanzione ridicola rispetto alle cifre che vengono richieste in citazione di danni per milioni di euro. La sanzione è inflitta per punire l’inutile coinvolgimento del giudice». All’estero la legislazione è differente. «Negli Stati Uniti e nel Regno Unito i danni punitivi per chi trascina in tribunale un giornalista senza motivo sono molto pesanti: questo perché è riconosciuto che una lite temeraria abbia uno scopo intimidatorio». Per la Gabanelli «la sanzione andrebbe quindi parametrata sul valore della libertà di stampa, non sul mero danno per aver disturbato il giudice».
La necessità di una effettiva sanzione per le cause strumentali è forte, perché il pregiudizio di una causa legale lo si avverte immediatamente. Gli editori ne hanno un danno economico consistente: la legge e la necessità di mettersi al riparo, li obbliga ad accantonare un fondo rischi, cioè una percentuale del risarcimento richiesto in ogni causa.
La Gabanelli ne sa qualcosa: «Le spese legali sono un limite per chiunque: il giornalista non può affrontarle da solo. Ma anche per l’editore non va meglio: se è piccolo va gambe all’aria o chiude».
Il problema, quindi, non sono solo le spese legali. Per alcune cause vengono chiesti risarcimenti molto alti, non rapportabili al presunto danno, anche in cause assolutamente pretestuose. Questo vuol dire che nel fondo rischi l’editore deve accantonare una percentuale su richieste di risarcimento danni di 10, 20, 30 milioni di euro a causa.
«Sono soldi - conferma Gabanelli - che restano bloccati per cause che durano tantissimi anni. Nonostante questo, io credo di essere una risorsa per il mio editore: deve accantonare molto nel fondo rischi, ma poi le cause sono tutte vinte».
Ma chi strumentalizza le cause? «Due categorie di persone: i potenti, che non vogliono che si parli di loro, e i furbi, che cercano di ricavare dei soldi. Questi ultimi approfittano di un passaggio in televisione, che magari li ha disturbati, e cercano di fare in modo di raggranellare qualche soldo. I furbi, rispetto ai grandi , sono spiccioli, ma fanno comunque numero».
Secondo Milena Gabanelli, però, non sono questi i soggetti da temere. I grandi poteri economici sono l’avversario più temibile: per questo può sembrare più saggio non sollevare il velo su di loro. Per contro, i grandi gruppi, per impedire che si porti avanti un’inchiesta sono pronti a mobilitare interi studi di avvocati. «Agiscono così gli imprenditori, le grandi aziende, e le holding che non tollerano che si possa mettere in discussione l’immagine su cui si costruiscono imperi e si vendono azioni».
Di fronte al giornalista d’inchiesta, quindi, non si spara più. Le nuove intimidazioni si fanno con le querele. Vita dura per la libertà di stampa? Milena Gabanelli: «Libertà di stampa non è “dire ciò che si vuole”. E’ la libertà di raccontare i fatti quando si hanno le evidenze. Peccato che oggi, in Italia, il racconto dei fatti presupponga un fastidioso eroismo».