C’è un pezzo di storia degli ebrei tedeschi raccontato sui testi, a scuola, all’università, da chi l’ha studiato. E un altro raccontato a viva voce dalle persone che, quel tempo, l’anno vissuto in prima linea. Purtroppo.
Grigory Schulman, per esempio. Nato il tre settembre 1925 ad Albrechtowo, Bielorussia. Quarto figlio di una famiglia contadina. A tre anni si trasferisce a Cherkow. Vive con il padre e la madre in una casa di circa dodici metri quadri. L’adolescenza è segnata dagli stenti. Nel 1933, infatti, l’Ucraina è investita da una dura carestia. La famiglia Schulman, tra le altre, ne fa le spese. Seppur con sacrificio, Grigory decide di iscriversi a una scuola militare. Diventa artigliere e si prepara alla guerra contro la Germania nazista. Per difendersi dai bombardamenti della Luftwaffe, l’aeronautica militare tedesca, usano sotterranei, mura, trincee. Costruite a mano. Ma non basta: per sfuggire alla violenza scappano altrove: a Omsk, in Siberia; poi a Stalingrado infine ad Aktjubinsk, in Kazakistan. Il viaggio di Grigory non si ferma qui . Insieme alla moglie Borisowna Fjodorowa, che segue le esigenze lavorative del marito, continua a vagabondare. Fa parte dell’Armata russa, poi è ingegnere, infine nell’industria di componenti elettronici. La caduta del muro l’ha portato, nel 2003, a Lipsia,Germania.
Jakob Samuilowitsch Kramer, dal 2003 vive a Erfurt. Le sue origini familiari hanno un’impronta chiara: il padre, Samuil Moisej Kramer, era rabbino. La madre askenazita, ebrea tedesca. Il destino gioca con storia familiare: la zia riesce a scampare alla deportazione degli ebrei polacchi. Così come la madre. Che decide di giocare d’astuzia, mimetizzandosi col nemico: è traduttrice nell’amministrazione militare tedesca. La sua strategia dura poco. Perché, scoperta, viene deportata ed imprigionata fino alle fasi finali del conflitto, nel 1944. Arrivato in Germania, Jakob dice di non voler fare più i conti col passato. E soprattutto con il destino della zia rimasta in Polonia, di cui si sono perse le tracce. Mentre la madre, per non lasciare i figli, era emigrata in Ucraina, a Odessa. Ma cosa sarebbe successo senza i campi di concentramento e la guerra?
La storia parla chiaro, senza se e senza ma: a questa domanda non c’è risposta. Anche se esistono vari capitoli di uno stesso libro. Uno parla della comunità ebraica tutta, nel suo insieme. L’altro, di quegli ebrei invisibili, dell’Est, che dopo la caduta del muro hanno dovuto (re)integrarsi in Germania.
Un pezzo d’Europa socialista ne ha spinti tanti, troppi, nella Bundesrepublik, perseguitati dai pogrom prima e dal regime comunista poi. Incapaci di poter esprimere la loro fede in terre d’atei. A vent’anni dalla fine della Ddr, per quella che oggi rappresenta i tre quarti della popolazione ebraica, la soluzione al problema passa dalla capacità di riscrivere la storia, di rimettere assieme i pezzi.
Il Deutsch-Russiches Zentrum di Lipsia ha raggruppato un team di psicologi, sociologi e socio pedagoghi che ridanno la parola a chi quegli anni li ha vissuti. Usando un metodo che porta indietro negli anni, quando non c’erano banche-dati dove raccogliere le memorie. Solo che, in questo caso, non si usa la penna, ma la lingua. La parola, quella di Grigory e Jacob, per esempio, diventa il muro dell’oblio. Non è che i documenti scritti non contino, sia chiaro. Se negli ultimi tre anni, infatti, gran parte delle storie raccolte sul sito Judeninsachsen.de sono frutto di interviste, altre provengono dagli scaffali dalla biblioteca del centro letterario di Lipsia, il Literarische Zentrum, con cui il centro collabora.
Oral History, questo il nome del progetto, è solo uno dei progetti inquadrati nel Nationaler Integrationsplan, il piano di integrazione nazionale. I cinque milioni di euro messi a disposizione dalla Kanzlerin, Angela Merkel, sono spesi a seconda delle singole esigenze comunitarie. A Berlino, per esempio, non si ha notizia di ciò che succede a Lipsia. Tant’è che Bleiber Anat, capo del Sozialbteilung, l’ufficio per gli affari sociali della comunità ebraica berlinese, è stupita quando sente parlare del progetto di storia orale. «Cosa succede in Sassonia?», domanda, spostando gli occhi sul computer per dare un’occhiata alle informazioni contenute nella pagina internet del centro sassone. A prima vista, la reazione è di sorpresa. Perché, a suo dire, «gli ebrei in Germania sono oramai integrati, grazie al lavoro fatto dalle comunità negli ultimi vent’anni». Soprattutto per coloro che sono arrivati dall’ex blocco socialista. «Non è facile per loro - continua Anat -. Non sono come gli altri migranti. Vengono da un mondo comunista, dove l’economia, il tempo libero, la struttura familiare era un’altra». La domanda di integrazione culturale è ancora alta, soprattutto tra i più anziani. Dati alla mano, alla fine del 2009, sono state 1367 le persone che hanno partecipato a corsi di integrazione. Il Rathaus, l’amministrazione comunale, però, va in controtendenza rispetto ai processi avviati dopo la caduta del Muro.
Klaus Wowereit, il sindaco della capitale, non vede di buon occhio gli aiuti economici forniti alla comunità, la più grande dei Länder tedeschi, 10.794 membri. Anzi, taglia. «Abbiamo cercato di fare il possibile con i soldi che abbiamo ricevuto dal comune», lamenta Anat. Che chiude, critico, così: «La Germania non è vista più dal Governo come terra d’immigrazione. Molto spesso dobbiamo fare da noi. Ciò che il Governo prevede attraverso il Nationaler Integrationsplan, il piano di integrazione nazionale, noi l’abbiamo già fatto».